Dario è morto stamattina a Milano, la sua città. Vederlo a teatro era uno spettacolo, recitava con il gesto e la mimica, era trascinante. Non mi è mai riuscito di vederlo solo come un artista di teatro e forse nemmeno lui si considerava tale e questo lato della sua vita mi ha impedito di considerarlo un genio assoluto. Un tipo da nobel per intenderci.
Fo è vissuto dal 47 in poi dentro l’alveo di una intellighentia di sinistra che a Milano aveva una roccaforte importante, era perfettamente inserito dentro l’unico circolo culturale che importasse, l’unico che domina l’ambiente culturale in Italia da settantanni. In questo contesto che condiziona anche oggi qualsiasi manifestazione mediatica chiunque (figuriamoci un istrione come lui) avrebbe potuto salire agli onori di essere considerato un maestro. Della signora Rame non parlo per rispetto verso chi non c’è più ed era una signora, sono certo che che si amassero veramente e lo trovo commovente. Dario è nato dentro la guerra civile che insanguinò l’italia tra il 43 e il 45, fu un repubblichino, affermò che o così oppure la morte o l’esilio in Svizzera. Dimenticò la montagna dei veri partigiani! Poi vennero gli anni di piombo e chi come me era nell’ambiente universitario milanese sa di cosa parlo; vennero Piazza Fontana, Valpreda, Pinelli e il commissario Calabresi. Venne Lotta Continua, Adriano Sofri e un assassinio mediatico senza precedenti, arrivò una lettera aperta pubblicata su L’Espresso con 757 firme, tutto il gotha della cultura italiana. Dario Fo c’era e lo ritengo imperdonabile, squalificante, indegno di un premio nobel. Basta leggere e informarsi (cosa improbabile in Italia) non è un mistero e non è buffo. RIP
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Un uscio stretto ma ho i miei motivi: vi leggo quasi sempre in silenzio.