mercoledì 22 marzo 2023

MATRAXIA-

Scrivere di Agrigento, scrivere nel suo caos non mi sta facendo particolarmente bene; sento che sto scrivendo di me ed avrei voluto descrivermi diverso, meno disastrato, sta facendo riemergere dentro la mia memoria figure ed atteggiamenti di un’altra mia vita. Tornano a delinearsi volti così lontani da declinare un’altra appartenenza, ma io mi sforzo, se pazzia deve essere che sia almeno lucida. 
La signorina Matraxia mi amò, in un tempo lontano ed io amai il suo essere schiva e proibita; mi ripetevo, di tanto in tanto, più il suo cognome che il suo nome, quel suono così greco e deciso. Giulia Matraxia, mi accorsi di amare più il tuo muoverti altero che il sapore della tua bocca, e quindi ti lasciai. La settimana prima della nostra “fine”, guardandoci negli occhi, parlammo di tutto il resto che era come parlare di noi: ricordo bene la sensazione di galleggiamento instabile che tuttavia pareva piacere ad entrambi. Eri molto colta Giulia, fra le tue frequentazioni anche i personaggi importanti e le loro fisime; il libro che avevi fra le mani era di Pirandello, i quaderni di Serafino Gubbio operatore, non si trattava certo di un’opera erotica né tantomeno sentimentale; giocavamo Giulia, scherzavamo con fuoco nell’intento di bruciarci. “Nessuno se n’accorge, o mostra di accorgersene, forse per il bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, ad ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po’, alla meglio, noi stessi e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della pazzia; perché rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un’incertezza strana nell’apparenza delle cose, come un’aria di alienazione, sospesa e diffusa…” PIRANDELLO- Quaderni di Serafino Gubbio operatore.
Tornare oggi ad Agrigento è una scelta voluta, la volontà di dare un senso ai miei anni perduti, un tentativo di colmare l’inquietudine che serpeggia ovunque. C’è un luogo, nascosto nella parte più alta della città dove si apriva una porta che non guardava il mare: Pirandello la chiamava Bar-er-rijah (porta dei venti) che poi è diventata in dialetto Bibbirria, il luogo era ed è rimasto la parte più povera e nascosta della città, sorvegliato dal palazzo arcivescovile, dalla cattedrale e da un Seminario così cupo da sembrare più una prigione che un luogo di studi. Guardarla ora mi lascia solo un senso di vuoto, persino Giulia appare lontanissima e sbiadita; meglio volgere lo sguardo alla costa vicina e al mare, stampato sullo sfondo come una pennellata di celeste rettilineo. E quindi dico io adesso godiamoci questo presente e il futuro che ne verrà, qualcosa si dovrà pur fare, qualcosa si dovrà pur scrivere e su molte cose dovremmo almeno riflettere. 
Al Caos non intendo tornare: troppi ricordi e troppo pungenti, non servirebbe, rivedere il pino scheletrito accanto all’urna murata che contiene le ceneri dello scrittore mi farebbe sentire già finito. Ritengo di essere stato abbastanza fortunato: la signorina Matraxia mi disse addio con un sorriso (fu l’unica) e mia madre ha ancora la forza di ridere dei miei tentennamenti. Mi lascerò alle spalle Agrigento, attraverserò la valle, i templi color miele e,raggiunta la costa, andrò verso occidente e verso il sole che stasera mi racconta storie che possono avere ancora un futuro, anche qui, anche in quest’isola, anche per me.

lunedì 20 marzo 2023

FOEMINAE -

Tutti si dicono slegati e infastiditi dalle ricorrenze “per forza”, dalle feste inutili e convenzionali che non ossequiano e non premiano altri che i ristoratori o i fiorai: vale per la festa del papà e per quella della mamma, vale ancora di più per quella delle donne. In Sicilia ho capito alcune cose importanti e altre le ho definitivamente eliminate dal mio bagaglio esistenziale. Le idee e le sensazioni cresciute con me negli anni dell’adolescenza in sella ai pedali di una bicicletta tra i filari di pioppi della bassa padana sono diventate forti e chiare dopo aver riattraversato lo stretto. Ho amato, profondamente e senza alcun ricambio: è l’unico modo per diventare uomini. 
Comprendere ad un certo punto della propria esistenza che ognuno è solo e che la fragranza di una donna è solo un meraviglioso dono fugace e non prevede appartenenze di sorta. Una ragazza è solo sua, mai apparterrà a nessuno: il legame sessuale è solo una parentesi che ha un senso in una dimensione di libertà. Le donne non ci appartengono perché dividono un coito con noi, questa è un’idea che dalle mie parti è giunta tardi ostacolata dai profumi d’oriente. Le donne sono l’umanità, il tramite unico per il nostro restare su questo pianeta, il nostro unico futuro biologico; fuori da questo contesto non hanno sesso e restano esseri come tutti, intelligenti o stupidi, interlocutori reali, squisiti archetipi a volte di quanto di più alto e nobile l’umanità possieda e insieme assioma funesto di bassezze e crudeltà senza fine. Esseri umani con diritti e doveri come tutti dovremmo averne. Le curve sinuose con cui esse disegnano il loro cammino sulle nostre strade sono una provocazione continua alla nostra intelligenza mal costruita, l’occasione, spesso fallita per molti di noi, per superare d’intuito l’aspetto esteriore delle cose e amare veramente l’essenza. Le donne sono una magia che di volta in volta molti di noi sciupano accontentandosi di mediocri spettacoli di prestigio: in verità temiamo il grande incantamento e il senso di perdizione che esso porta con sé. 
Così stupriamo invece di amare, limitiamo invece di liberare, ci comportiamo da maschi e abbiamo solo femmine mentre dovremmo essere uomini e confrontarci con le donne. Pensavo queste cose confusamente a sedici anni dentro un liceo o passeggiando in piazza del Duomo a Milano, sono diventate chiare con un diamante ormai volgendo lo sguardo sul golfo di Palermo in un giorno d’inverno, attendendo l’ennesima primavera.

sabato 18 marzo 2023

LIQUIDA -

Piove ininterrottamente da ieri. Col viso poggiato sui vetri della finestra disegno fiati e gocciole che pian piano scivolano giù. Non ho stagioni preferite in assoluto, piuttosto mi piace il loro alternarsi, il loro correre e trascorrere le une nelle altre. Come la mia vita e le vostre che sento frusciare dietro i separè degli indirizzi informatici. No, non è tristezza, sono solo acquattato sul battito del mio cuore. Più tardi mi innamorerò di un’altra donna fingendo di non riconoscerla poiché è sempre la stessa. Le dirò: " Sono qui, dai un senso alle cose che vedo, fa uscire la musica dai miei simulacri incantati ad immaginarti. Amami per nulla, per tutto, adesso così senza rendez vous, amami perché hai capito…o fingi con un sorriso che io sia ancora il ragazzo dai capelli rossi e gli occhi chiari che avresti potuto amare". Attendo una risposta da una vita ma mi giungono solo frasi a metà, difficili da interpretare, più adatte a un malinconico ripiego che ad una scintillante avventura. Piove, meravigliosamente piove, l'acqua detta un ritmo diverso al mio tempo, lascia dentro di me pozze piene di riflessi tremolanti: vi sbircio dentro e l'uomo che sono ritorna bambino con dei contorni imprecisi e molti sogni ancora da afferrare. Prima del grande secco dell'anima.

giovedì 16 marzo 2023

A PALERMO IN PRIMAVERA, UN THE IN SALOTTO E IL FUTURO IN AGGUATO

Marzo 1979.Prima di andarmene a cercare altrove quello che avevo considerato perso qui.

Dal balcone di casa mia si vede il mare; il golfo, per intero, dall'Addaura all'Aspra, l'ho sempre davanti agli occhi. E' un invito perenne a partire: non so quando lo prenderò sul serio, so soltanto d'essere diventato una corda di gomma, estensibile a piacere, adattabile a varie misure. Niente e nessuno può raggiungermi, io ho ancora paura! Trascino le mie giornate, in pratica faccio solo questo, però so darmi un tono. Sono poche le persone che sanno veramente di me, che conoscono la ferita e non scambino la mia indecisione per riservatezza. Ho ripreso in mano i libri di medicina con risultati più miserevoli di prima: mi manca una vera motivazione e poi non sopporto più nulla dell'ambiente universitario, dalle aule ai docenti, alle lezioni, ai discorsi con i colleghi… la verità profonda è che non accetto più me stesso e ciò è estremamente pericoloso. 
Mi sento "giusto" solo quando trasmetto in radio, è ridicolo, a volte me ne rendo conto, ma è così. Per riempire le settimane che non passano mai ho accettato gli orari più strani e i programmi fiume: riesco a reggere un'ora e mezzo di musica progressiva e alternativa assieme a Giovanni Russo, non è cosa da poco. Mandiamo gli Area, i Led Zeppelin, Klaus Schulze… c'è un pezzo che m'intriga parecchio e si chiama "concerto per una porta e un sospiro", a me pare ciò che più si avvicina al mio modo d’essere; il vero problema sta nel fatto che non riusciamo ad infilare gli stacchetti pubblicitari fra un brano e l'altro. Dolfo Miceli ci ha detto che la dobbiamo finire con sta' camurria, che se non mettiamo la pubblicità ce ne possiamo andare a fare gli alternativi sulla spiaggia di Mondello o dentro il cesso di casa nostra! Ieri sera riunione di redazione: Giovanni ed io all'ordine del giorno (anche se è sera?! ). Ad un certo punto, per spiegare allo zotico le obbiettive difficoltà estetiche che abbiamo col genere di musica che trasmettiamo, gli facciamo sentire un magnifico pezzo di Philips Glass in cui l'artista, per dare maggior risalto all'emozione della musica che colma lo spazio vuoto del nostro animo, nel mezzo preciso dell'ellepì lascia otto minuti di assoluto silenzio. Dolfo ci guarda sbigottito, non può credere che nella sua radio siano trasmesse cose simili. 
- Voi siete scemi, totalmente pazzi! Ma vi rendete conto che la gente penserà che s'è interrotto il segnale, che è crollato il palazzo, che è morto il dee jay (lo spera ardentemente). No, non si può ragionare con stronzi del vostro calibro (è affranto ) voi mi manderete in… 
Si è bloccato all'improvviso e adesso ci guarda con occhi inspirati, vuoi vedere che abbiamo fatto breccia nel suo animo di gretto procacciatore d'affari? 
- Otto minuti, avete detto. Ma è perfetto, c'è perfino un margine di tempo. Ragazzi vi ho risolto il problema! La pubblicità la piazzate tutta dentro quegli otto minuti di silenzio-. 
Giovanni l'ha mandato affanc…io invece, che non ho nessuna voglia di abbandonare l'ambiente, mi sono scelto un'altra fascia oraria, adesso il mio cavallo di battaglia è il notturno da Radio Elle, 100,1 megahertz di magia stereofonica! Di notte sto bene. Prendo i dischi e vi lascio scivolare sopra la puntina; miscelo la musica dopo averla scelta, divento tutt'uno con lei. Faccio solo ciò che mi piace e, dall'ultimo piano di questo palazzo, Palermo è tutta ai miei piedi, la musica in cuffia e le luci della città che bucano il buio. Da un po'di tempo mi succede di uscire fuori da me e di osservarmi: è come se un altro uomo si materializzasse accanto a me e poi, scostandosi di qualche metro, mi scrutasse con estrema attenzione a braccia conserte. Non ha un'età definita, ma mi conosce bene: non è crudele con me ma molto esigente e, soprattutto, ha l'aria di chi conosce già il finale. Ieri notte ha messo un braccio sulle mie spalle e, mentre i Jefferson Starship attaccavano " Miracles ", mi ha detto: 
- Devi parlare con tua madre invece di cercare interlocutori improbabili. Ti farà bene e poi non hai altre scelte. E poi te ne devi andare, insomma è chiaro che qui hai fatto il tuo tempo e ormai giri in cerchio. Guardala bene questa città, Enzo, fissati il suo ricordo nella mente perché dovrà bastarti per lungo tempo- 
Chiacchierare con mia madre: non conosco molte altre cose più dolci e piacevoli. La osservo, mentre mi parla dei suoi anni da universitaria…penso all'enorme fortuna di mio padre. Del resto non c'è nessuno che, dopo averla conosciuta, non le abbia voluto bene per sempre. Devo confessare che una parte di me, la più pigra e infantile, da questa casa non se n'andrebbe mai. Non sarebbe magnifico mummificarsi fra queste stanze, crogiolandosi nel lutto per il mio amore infranto? - Ho fatto un po' di the, Enzo, te ne porto una tazza? - Si, va bene. Così faccio una pausa con Patologia Generale- Arriva presto con il vassoio e tutto il resto; siede di fronte a me e, come al solito, ha già messo il succo di un intero limone nella tazzina. Sono stufo di dirle che il limone lo doso io, ho il dubbio che si burli di me. A volte è ancora una ragazzina. - A quando gli esami?- E' un po' timorosa nel chiedermelo. - Tra un mese- Silenzio… - Ma tu, mamma, quanto impiegavi mediamente per un esame? - Non puoi fare questo tipo di paragoni, troppo diverse le materie e la struttura didattica degli atenei d'allora, non ti pare? Ha detto proprio così, sembra una professoressa, in pratica esattamente quel che è; figuriamoci se non facevo la figura del cretino. Meglio cambiare argomento. - Che anni erano quelli della tua università? - Fammi pensare…beh, subito dopo la fine della guerra, il '48-49. In facoltà eravamo quattro gatti sai. Ci si conosceva tutti, in fondo l'ambiente degli universitari era abbastanza ristretto. - Vuoi sostenere che eravate un'elite? - Si, lo eravamo…però ci mancava la coscienza sociale di esserlo, l'arroganza snobistica. Eravamo soprattutto giovani, Enzo, con una gran voglia di ridere, di amare. La guerra era ormai alle spalle. Quando lo dice fa uno strano movimento con le mani: lo stesso di quando nomina la nonna e i fratelli che non ci sono più. - E così in quell'ambiente hai conosciuto papà, universitario come te.- Sorride, forse ha dimenticato i defunti. Lo spero, quello è un argomento terribile. Troppe ombre e ferite mai sanate, un rimpianto infinito. - E' vero, ma l'ambiente dei primi incontri fu la Parrocchia di Via Terrasanta. C'era una bella atmosfera, avevamo grandi idee, grandi sogni. Tuo padre faceva parte di una compagnia teatrale giovanile, dovresti fartele raccontare da lui alcune cose. Ma sai che, per un po' di tempo pensai che corteggiasse una mia amica? Invece cercava lei per arrivare a me, alla fine fu quell'altra ad aprirmi gli occhi. - Quindi trascorrevi lunghi periodi a Palermo? - Dipendeva da varie cose, la città era bellissima allora. Tu non puoi immaginare quanto, Enzo. Oggi, beh... oggi è quasi irriconoscibile. Se sapessi cos'era passeggiare di sera fra Via Notarbartolo e Viale Libertà, il profumo nell'aria, le signore eleganti, poche macchine… L'ascolto senza interromperla. Ha una voce musicale, in casa non c'è nessuno e noi non abbiamo altro da fare che inseguire le immagini dei nostri pensieri. - Comunque gran parte degli amici e della mia vita era ancora legata al paese, ai compagni del liceo, ai parenti, agli amici di famiglia, Ti ricordi la signora Giannì? Abitava nella traversa dietro la Matrice, dove c'era la pasticceria di Don Cocò Vivona, prima del laboratorio d'orologeria di Giovannino Modica. E il dottor De Sabato? Tu l'hai conosciuto centenario, ma lui lavorò fino agli ottant'anni; lo rivedo mentre, durante la guerra, gira per il paese con il calessino per curare i feriti. Si era laureato alla regia università di Napoli, nella seconda metà dell'ottocento, a dirlo oggi sembra una cosa inventata. La moglie non l'hai conosciuta ma era un vero personaggio: la signora Totò che si piazzava davanti ai clienti del marito, dopo la visita per farli pagare perché il dottore… figuriamoci, lui se lo scordava sempre. Nella vecchia casa della nonna c'era una piccola porta che tu non puoi ricordare; metteva in comunicazione l'appartamento del dottore con il nostro. Lui così poteva venire quando voleva a visitarci, il palazzo era unico, lo sai. Poi sull'altro lato del corso, dopo la farmacia, ci abitava la vedova del pittore Gennaro Pardo. Restò vedova molto giovane, teneva sempre su un cavalletto in camera da letto… 

La voce di mia madre è diventata un sottofondo: lei continuerà così a lungo ed io farò ogni tanto un cenno col capo, per non distrarla. Vorrei nasconderle che sono a spasso, per i fatti miei, per le strade di Castelvetrano; dobbiamo compiere due tragitti separati, tenendoci per mano. Su e giù per le vecchie scale della casa di mia nonna: ho nel naso gli odori, diversi piano per piano. Dallo studio fotografico, passando dal vecchio salotto, sino alla cucina, in cima a tutto. Dall'odore di sostanze chimiche in camera oscura a quello di gelsomino in salotto, per arrivare alla mitica pasta col sugo e melanzane fritte, un odore che vale un pranzo. Naturalmente nella mia mente in paese è sempre estate: il sole arroventa i marciapiedi e le cicale si sfiniscono nel loro perenne concerto. Nello studio dello zio entra un uomo minuto vestito di tutto punto: un bell'abito grigio, i pantaloni sorretti da bretelle la camicia chiara con una cravatta verde e, in fondo alla mano, un bastone leggero da passeggio col pomello d'avorio. Da come si muove si capisce che è di casa. 
- Professore Oliveri, sa' bbinidica. Come stiamo? La signora?- L'uomo risponde con grazia, la voce è minuta come il fisico. Si siede in poltrona con un movimento lieve ed elegante assieme, pare che non abbia peso. - Vicenzino, buongiorno. La signora sta bene…qualche piccolo acciacco. Lo zio Leone invece, lo hai sentito? Combatte, mischinu, con un brutto affanno…forse il cuore… La stagione s'è presentata molto calda, le campagne sono già assetate… Vicenzino, ma non è la figlia del commendatore Infranca quella nella foto in vetrina?- 
Il professore discute di queste banalità tranquillo, con un leggero sorriso sulle labbra mentre tormenta il pomello del bastone. Pian piano si esauriscono tutti gli argomenti: quelli familiari, meteorologici, di varia umanità. Resta un po' di cronaca cittadina: grande evento al Cine Teatro delle Palme, una compagnia di Palermo rappresenta "Il Trovatore" di Giuseppe Verdi. Anche il figlio del professore ha una parte nello spettacolo: meglio, una porticina nel coro… il ragazzo si farà, l'impostazione vocale è buona, per la presenza scenica bisogna lavorarci. Mentre parla, l'uomo si trasforma: i gesti diventano più ampi, anche il corpo sembra acquistare volume e gli occhi brillano felici. La lirica, il suo grande amore! Capace di trasformare una stanza qualsiasi in un palcoscenico teatrale. Una passione talmente grande da eliminare il senso del ridicolo quando inizia ad intonare un'aria dietro l'altra; mancano molte ottave d'estensione, ma non importa. Dove non arriva la voce lo soccorre il desiderio che gli brucia negli occhi, esce così dallo studio, salutando sulle ali del "Madre infelice, corro a salvarti". Resta solo un gran silenzio. - Mamma, da quanto tempo è morto il professor Oliveri? - Da più di dieci anni credo, era molto malato… Le trema un po' la voce. 
Devo stare attento con mia madre, la sua sensibilità non è più controllabile da tempo. Basta poco: una parola, un nome, certe volte un aggettivo, i volti e i ricordi prendono vita e la trascinano via. Adesso è una sera d'agosto asciutta e piena di stelle, qualche amico si è aggiunto a noi per la passeggiata serale tra i templi dorici e lei sta chiacchierando con Pisani e la moglie. Papà li ascolta attento, ci sono anche le figlie, profumano molto e sono molto belle; Pisani si tiene accanto la bambina più piccola, quella nata inaspettatamente sei anni fa. Il professor Pisani parla e spiega con vigore da par suo la condizione di quest'ultima sua figlia e la terapia medica a cui si sta sottoponendo. La bambina segue i gesti del padre con i suoi grandi occhi neri: sorride lieve…anche quando non dovrebbe. - La farò vedere da uno specialista di Palermo. Si risolverà, tutto si risolverà! E' deciso, come sempre Pisani: stringe a sé la figlia ma gli occhi ed il gesto dicono altro. Raccontano un terribile tormento e una rabbia sorda per un affronto che la vita non doveva fargli. - E poi, mi deve credere, Concetta…- Abbassa il tono. - La battaglia più dura è vincere i pregiudizi della gente - Mia madre annuisce con affetto, forse pensa, come me, che la vita ha avuto un bel coraggio ad infastidire il professore. Lui è ritto come un fuso, più alto della media, fisico da atleta con larghe spalle e vita stretta, tutto nel suo aspetto mette soggezione: il viso dai lineamenti decisi, il naso grande e affilato, quasi scolpito, i capelli mossi e brizzolati, gli occhi scuri e indagatori. Ma è la voce ciò che più imbarazza: profonda e quasi senza inflessioni dialettali per lui è un'arma terribile. Parla poco, a scatti, con frasi brevi, asciutte quanto le opinioni che esprime, dure come giudizi inappellabili. Il professore è tale per un titolo conquistato "ad honorem": ha insegnato storia dell'arte durante la guerra ma non ha mai cessato d'esercitare la sua vera professione di scultore, intagliatore del legno e quant'altro. Pisani è un'artista. Guarda il mondo con un certo distacco, il viso burbero celato in parte dal fumo azzurrino dell'immancabile sigaretta. 
Qualche giorno fa, sfuggito al solito sonnellino post pranzo, in un caldissimo e solitario pomeriggio d'agosto, sono arrivato sulla soglia della sua bottega artigiana. Lui mi ha guardato con un certo cipiglio, però non mi ha detto niente ed io, che sono solo un ragazzino, ho interpretato il fatto come un salvacondotto e mi sono messo a curiosare in giro. La stanza, che s'apre direttamente sulla strada è enorme: un grande emporio di sogni per la mia fantasia. Teste e busti di gesso e pietra, fregi e sculture in legno, odore di cera, di stoffe e di strane vernici, pannelli carichi di lime, scalpelli, punteruoli, raspe e un arsenale di utensili sconosciuti. In un angolo semibuio, poggiato su una lastra spessa di compensato, troneggia un grande modello in legno del tempio E di Selinunte, in avanzato stato di lavorazione. Il modello non è in vendita. Quello è l'angolo di poesia e d'eternità del Professor Pisani. Senza rendermene conto me lo trovo dietro le spalle e mi giro a guardarlo: mentre si toglie di dosso un po' di polvere col dorso della mano sembra non accorgersi della mia presenza e sorride con gli occhi socchiusi. Quindi si accende l'ennesima sigaretta e torna al banco dell'intarsio, al mondo reale e quotidiano, quello dove la sua bambina non avrà speranza. Il the nella tazza è quasi finito, mia madre mi guarda in silenzio ed io non posso dirle nulla perché temo che possa leggermi nel pensiero, non voglio che vi scopra Pisani, la sua bottega e la sua famiglia. 

Oggi è difficile allontanare la mente dal vecchio paese in collina, forse perché capisco che non ci saranno repliche di questo documentario in bianco e nero. Mio nonno diceva che niente rende meglio il carattere di un viso delle sue sfumature di bianchi, di grigi e di neri. Mio nonno era un fotografo e riempì il paese di visi, congelandoli nel rettangolo di una foto grafia; molti di essi ora dimorano, attaccati a delle lapidi, dalle parti del convento dei Cappuccini. Aveva ragione il fotografo, la brezza leggera che attraversa la grande piazza dove si affaccia il Teatro Selinus e il Palazzo Pignatelli è in bianco e nero mentre sta passando il cavaliere. Lo spazio sorride attorno a lui e non potrebbe essere altrimenti: il cavaliere Vajana ha una simpatia naturalmente fusa ad un garbo squisito. E' sempre vestito in modo impeccabile, sembra uno chansonnier francese dei primi del secolo, abito bianco immacolato, gilet, papillon, bastone da passeggio flessibile, scarpe lucide e paglietta. Non è un vecchio professore di liceo, nemmeno il notaio di famiglia, non è il farmacista e neanche il medico condotto. Il cavaliere Vajana esercita il mestiere di "apparatore", qualcosa che la nostra società, adesso, non riesce neppure a concepire. Egli cura l'addobbo (l'apparato) delle chiese in occasione di qualsiasi cerimonia, festosa o triste: si occupa di tutto, dalle luci ai fiori agli arredi e ai tappeti. Quando è soddisfatto del suo lavoro, attraversa la navata centrale della chiesa, esce dal portale e poi rientra per godersi il colpo d'occhio. Pare che ogni cosa fili sempre liscia per lui, ma naturalmente non è così: talvolta, mentre parla o saluta, si guarda attorno con gli occhi stretti a fessura, guardingo. Si è reso perfettamente conto del nuovo corso delle cose e di come il paese non sia più lo stesso. Probabilmente avrà valutato questo nuovo progredire un fatto ineluttabile e ad esso si sia non sottomesso ma neanche opposto, semmai lo abbia un po' ridicolizzato. Per il cavaliere non vale la pena piangere sopra i bei tempi andati; di essi lui è rimasto, probabilmente, l'ultimo testimone e vuole uscire di scena con classe, senza piagnistei. Lasciare un buon ricordo, possibilmente allegro e vitale, questa è l'unica cosa da fare. Ed è appunto ciò che sta facendo, mentre attraversa la piazza vasta e assolata: un gruppo di bambini chiassosi corre appresso ad un maturo signore vestito di bianco. E' uno scherzo…o forse no ma gli si fanno più vicini: i cuccioli rischiano qualche bastonata per il loro ardire? Il signore si ferma e si mette a distribuire a piene mani caramelle con un largo sorriso, poi si muove, allunga il passo per sparire nell'aria tremolante di caldo. Addio cavaliere; ora posso partire anch'io. Il lungo giro dei commiati è terminato. Vado altrove alla ricerca di qualcosa che m'appartenga direttamente, senza mediazioni familiari, che sia esclusivamente mio, qualcosa che mi faccia uscire da questo volano infinito di memorie. Parto e non mi accorgo che sto fuggendo.

martedì 14 marzo 2023

ENRICO FERMI, TOMMASO LIPARI E LA SCOMPARSA DI MAIORANA

“Chissà quanti sono come me, nelle mie stesse condizioni, fratelli miei. Si lascia il cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente: in America o altrove.” L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904 

Le estati roventi e secche degli ultimi anni 60 le ricordo bene, e con loro il profumo ipnotico dei gelsomini nelle notti piene di stelle passate a chiacchierare davanti alle acque scure del canale di Sicilia. Questa è una storia vera, appartiene alla mia adolescenza…certe volte mi sembra inverosimile, come molte altre cose della mia vita, del resto. Fu Marino il figlio d’una cugina di mia madre a farmi da accompagnatore in un pomeriggio pieno di sole e rondini nel cielo per le strade di Mazara del Vallo. Eravamo due ragazzini coi ginocchi scoperti da pantaloni troppo corti e le tasche troppo vuote ma riuscivamo a divertirci come dei nababbi. Quando lo vidi per la prima volta restai impressionato, era il primo vero “barbone” che conoscevo da vicino e comunque in Sicilia non era uno spettacolo consueto anche in condizioni di grande indigenza. Passava lentamente vicino alle palme del portico del duomo, i capelli bianchi e lunghissimi, qualche busta nelle mani e un bastone. “E’ l’omu cani” mi sussurrò Marino, e lo disse con un misto di curiosità e rispetto; “ Vive qui, per la strada da molto tempo, gli vogliamo bene tutti e lui non ha mai dato fastidio a nessuno. Chissà chi è, veramente”. L’estate successiva si aprì uno spiraglio nella nebbia che circondava il mio rapporto con l’uomo cane: lo spiraglio credo si chiamasse Miccichè ma non ne sono sicuro, però ha poca importanza rispetto alla storia che mi raccontò quella sera d’agosto del 1967. “Iddu si chiamava Tommaso e con i cani non aveva niente a che spartiri, anzi… Io durante la guerra ero alla contraerea, messo lì davanti a un cannone a difesa del porto che non faceva paura a nessuno. Tommasino spuntava spesso di sira e parlavamo, parlavamo per ore; ma non erano le solite chiacchere tanto per diri qualche fissaria, era ‘na cosa diversa e spiciali. Iddu fumava assai e se gli regalavo un pacchetto di sigaretti era capace di stari a cuntare storie incredibili pi’ tutta la nuttata. Doppu ‘na mezz’orata spuntava qualchi autru cristianu e restavamo tutti incantati a sentirlo parlare di scienza, di fisica, di strane leggi che governavano la materia e l’universo. Altro che cani e pirocchi, senti ammia, chiddu uno scienziato era; in città lo sapevano tutti quanto era bravo in matematica e picciotti ne aiutò parecchi per gli esami di scuola. Una sera’ doppu qualche bicchieri suvecchio, ci confessò che il suo vero nome non era Tommaso, che si era laureato in fisica e che era scappato per paura…paura di cosa? Non ce lo disse mai. Sul bastone portava incisa una data 5 agosto 1906.” Tommaso Lipari, o chiunque altro fosse, morì a Mazara nel 1973; il funerale credo sia stato il più fastoso che mai un barbone abbia avuto. C’era tutta la cittadinanza, le autorità e un mare di gente venuta da “fuori. L’estate successiva il caldo era lo stesso e le stelle pure: nessuno mi raccontò più storie fantastiche di scienziati in incognito inseguiti da incubi lontani. Qualche anno dopo da qualche parte su un quotidiano venne fuori l’ipotesi fantasiosa che l’uomo cane che vidi camminare per le strade di Mazara era il fisico catanese Ettore Majorana… Storie, solo storie, buone per riempire la testa di ragazzetti che nulla sapevano di atomi, elettroni e neutrini. Adesso capite che terra matta è quella dove sono nato?

domenica 12 marzo 2023

CYRANO, L'AMORE LA LUNA E TUTTO IL RESTO-

La luna si sa, è la faccia incantevole dell'amore melanconico. Presiede e guida, con il suo influsso, i folli, i poeti, i visionari e gli amanti. La luna è il simbolo di coloro che amano follemente, senza potere amare, che disperatamente desiderano senza poter ottenere la piena voluttà dell'oggetto desiderato. Cyrano, il personaggio, come la vicenda che gli ruota intorno, al netto delle guasconate utili a pubblici romantici ormai superati, è tutto questo: l'impossibile inseguimento di un amore che mai potrà essere realizzato. La storia che ogni uomo nella sua vita almeno una volta al visto incidere sulla sua pelle. 
Il respiro dell'amore nella vicenda ha tre polmoni, Cyrano, Cristiano e Rossana. Tre facce di una stessa impossibilità dell'amore o meglio dell'incapacità dell'amare; è un girotondo di identità, un segno delle segrete dinamiche dell'amore che porteranno l'azione ad una sospensione eterea senza alcuna possibile soluzione. Cyrano ama Rossana, ma non osa svelarsi poiché questa ama invece quel Cristiano che a sua volta non riesce a vestire l'amore che prova per la donna con parole sue, e utilizza quindi quelle sincere, e travestite, di Cyrano. E la donna? Perché il fulcro principale di questa storia eterna è lei, l'oggetto del desiderio più che il desiderio in se stesso, questo è il motivo e l'origine dell'eternità della drammaturgia. Rossana li ama entrambi e non sa amarli disgiunti! 
Se incontra Cristiano lo ama quando parla con il cuore di Cyrano. Se sente Cyrano lo ama quando vede le fattezze di Cristiano. Non c'è altro modo di spezzare l'incantesimo se non la morte. Quella morte giocata e narrata da Rostand con lo stile di un romanzo d'appendice che strizza l'occhio al romanzo verosimile seicentesco, ma che pensa soprattutto al Cavaliere senza macchia di Cervantes. È una morte "duellata" che solo nella battaglia trova la sua eroica conclusione: dove non arriva l'amore la morte lo sostituisce, tanto l'amore diventa prezioso irraggiungibile quanto la morte crudele e sempre puntuale. 
Si rappresenta il dramma di sempre, i poli contrapposti tra cui rimbalza la vita di un uomo, amore e morte che sono poi i pilastri di questa nostra povera umanità. La rincorsa all'amore, questi esseri umani e Cyrano stesso mi fanno pensare ai personaggi del circo, all'affannoso virtuosismo dei clown: anch'essi celebrano, con il solo scopo di divertire, la malinconia di un amore non consumabile. Le luci della ribalta si spengono sulla faccia triste del clown, il trucco si scioglie sulla maschera terribile del suo horror vacui... Francesco Guccini ha risolto in modo magnifico il dilemma dell'amore e della sua fine per incapacità di sognare: non c'è altro da aggiungere se non che non esiste in nessuna altro paese a me conosciuto un livello cantautorale come quello italiano 
 "Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio. Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco! Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco! Ma quando sono solo con questo naso al piede che almeno di mezz' ora da sempre mi precede si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il peso d' essere sempre solo mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo, ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo, ma sono triste perchè Rossana è bella, siamo così diversi, a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi... Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita; se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco! Io tocco i miei nemici col naso e con la spada, ma in questa vita oggi non trovo più la strada. Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo: dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto. Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole, ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cyrano"

venerdì 10 marzo 2023

SANTITA' -

Non ho mai capito la logica che presiede alla pletora di articoli e dichiarazioni che hanno riempito i media e il web di discorsi accomodanti verso l'Islam e, di conseguenza, verso il suo irrompere sempre più cospicuo dentro i confini europei. Un atteggiamento senza senso, senza conoscenza e senza cultura nè storica nè sociale. Un continente che naviga (navigava meglio) verso la laicità e la liberazione femminile che improvvisamente impazzisce e, per bocca dei suoi intellettuali più affermati, si consegna alla sua morte definitiva, ad un medioevo crudele e imbarazzante. 
La componente femminile degli occidentali ha le maggiori responsabilità, un giorno non sarà sufficiente dichiarare - Avevo valutato male- Coperte dal burqa o nascoste dal velo le parole arriveranno già spente. Il Vaticano infine, dimostrando una pochezza spirituale e culturale infima, si è allineato con questa tendenza al ribasso continuo. Dobbiamo meravigliarcene? La Chiesa cattolica entra da sempre a gamba tesa nelle questioni civili italiane, anche quando l'Italia era solo "un'espressione geografica" (Metternich). Posto che adesso sia qualcosa di diverso e che non si veda l'enorme passo indietro fatto negli ultimi 20 anni sulla strada dell'unificazione seria e della civiltà condivisa, le recentissime uscite dei pezzi grossi vaticani non devono sorprendere. Un altro fallaccio ma stavolta da espulsione! Bergoglio dovrebbe innanzitutto cambiare postura e camminare ritto, dovrebbe pensare da buon pastore alle sue pecore e ai fedeli cristiani che soffrono e vengono massacrati in varie parti del mondo. Potrebbe riflettere in modo meno supino ai rapporti con l'Islam e pretendere rispetto vero e non peloso per un'eventuale salvaguardia quando la mezzaluna sventolerà sulla penisola. Bergoglio è un populista da due lire, gli piace fare il piacione, essere ossequiato dai suoi sodali, adulato da chi fino a un momento prima ne diceva peste e corna; forse vuole vedere sparire dai blogroll di molti siti la frase " Io aborrisco il Papa!" 
Quale prezzo è disposto, Santità, a pagare e a far pagare alla fede che lei professa? Quale futuro sta contribuendo a costruire per la civiltà occidentale? Cosa vuole fare di Roma, non le basta lo scempio cui è già sottoposta? Personalmente ho già dato e ne scrivo, spero che siano molti gli uomini che sappiano vedere il diavolo dietro i suoi scarponi da viandante distratto. Amen.

lunedì 6 marzo 2023

NOTO -

Seduto su una delle panchine di ferro poste all’ombra dei grandi ficus che ornano la piazza dinanzi alla Porta Reale di Noto, pregusto già lo spettacolo che mi attende. La città nuova costruita dopo la scossa tellurica che devastò senza ritegno tutta la costa orientale della Sicilia alla fine del 600, fu pensata come una sequenza di scenografie su cui far muovere la gente da protagonista, ognuno col suo ruolo. Anch’ io ne diventerò parte appena varcata la soglia della Porta Reale perchè Noto è stata fatta di ragione e di magia: la ragione è quella delle linee dritte, della simmetria, della prospettiva ingegnosa che crea luoghi deputati al movimento e alla vita. La magia, quella scaramantica, dovuta alla creazione di ornamenti visti come dal tremore di un terremoto. Non so perchè ma ho sempre avuto l’idea che fosse questo lo scopo dell’architettura di questa città: dare movimento e fuga ai palazzi scongiurandone così, magicamente, la distruzione. Tutti gli abitanti, passata l’angoscia e il terrore della terra che trema, credo dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio e un alto senso di sè come singoli cittadini e come comunità se vollero e seppero ricostruire miracolosamente questa città con la sua topografia e le sue architetture barocche che adesso si vanno svelando folgorate dalla luce e dal sole. E’ questo un mondo fatto di luce e calore, di ombre vitali come oasi di frescura in un cammino fatto di visioni luminose e assolute. A Noto come in altre città dell’isola IL BAROCCO è una suprema provocazione fatta di movimenti incredibili, di apparenti e aeree fragilità, è la sfida ad ogni futuro sommovimento della terra. Le facciate delle chiese, dei conventi, dei palazzi pubblici e privati se li guardi di sbieco tremolanti nell’aria calda del mezzogiorno sembrano la rappresentazione pietrificata del terremoto stesso e della sua lezione di vita: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, il caos in logos infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia. Fermo davanti all’amplissima scalinata del Duomo osservo il “palcoscenico” con un nuovo sentimento dell’anima contro lo smarrimento di questi anni infami, della solitudine, dell’indistinto, del deserto…contro la vertigine del nulla. Qui su queste scene bruciate dal sole e, più tardi, infantasmate dai pleniluni, tra quinte di pietra intagliata, tra fantastiche mensole che sorreggono palchi, loggiati e tribune, tra allegorie, simboli e emblemi, tra rigonfi di grate e inferriate, tra cupole, campanili e pinnacoli, in questa scenografia onirica e surreale, io sono diventato un’altra cosa. Potrò mai dire quanto possa trasfigurarsi l’animo umano dentro la gioia e la magia di questo connubio di costruzione e immagine, di struttura e ornamento, di ritmo e melodia? E’ questa la ragione di tutto quel che ho scritto in questi anni: la ragione e la fantasia, la logica imperiosa e il magico incontrollabile. So che è qui la chiave fra prosa e poesia che mi racconta della vita e dell’universo, “di questo incessante cataclisma armonico, di quest’immensa anarchia equilibrata” (L. SCIASCIA)

sabato 4 marzo 2023

DUE LETTERE SPECIALI

A SE il Principe Tomasi di Lampedusa, presso “Il Gattopardo” 
 Scrivo a te per primo perchè sei stato il primo e un inizio è sempre indelebile. Stavi sul secondo ripiano della libreria, un po’ nascosto, probabilmente invisibile per lo sfarzo e il “volume” degli altri vicini. Ricordo bene la copertina verde con le incisione dorate dei “canti” di D’Annunzio e le edizioni in carta patinata dei classici di Leopardi, Pirandello, Svevo… fu scorrendo le dita sui loro dorsi sporgenti che ti vidi la prima volta. Un amore non nasce mai per caso, ci vuole l’atmosfera di un giorno d’estate silenzioso e raccolto, la visita a casa del Barone Pottino la sera precedente e l’aver ascoltato, con finta indifferenza, i discorsi che fluivano tra un caffè e un gelato alla mandorla; serve il talamo su cui consumare un rapporto che preme alla porta della tua vita mentale. Ti ho letto che ero troppo giovane e tu ti approfittasti di me. Celando il tuo vasto orizzonte dentro un’edizione economica della Feltrinelli, con quel disegno raffazzonato del Gattopardo sulla copertina mi ingannasti ed io annegai in una lettura sensuale e totale. Fosti il primo libro che carezzai lungamente e portai con me, nascostamente, nei luoghi che normalmente frequentavo, in una tasca o nel borsello. Mi facevi compagnia ed era una sensazione sconosciuta fino ad allora: pagine come un interlocutore, come un’amante da ritrovare e scoprire ogni volta. Mi accompagnasti nel mondo della lettura adulta, quella fatta di continui addii e ritrovamenti, di certezze eterne nascoste dentro l’animo. Una grande lezione di sintassi non solo letteraria; la sensazione del “capolavoro” l’ebbi subito senza riuscire però ad esprimerla in alcun modo. E fu probabilmente questo stimolo continuo ed inespresso a farmi fornicare con caparbietà fra le pieghe della tua pelle di carta; ti ho amato dal primo momento, ti ho desiderato sempre, non ho ancora finito di leggerti. Temo che la conclusione della lettura possa in qualche strano modo coincidere con “quell’altra” conclusione che nell’ottavo capitolo si erge sublime e definitiva come solo un grande amore può fare. Ti abbraccio fino al nostro prossimo incontro. 

To Mister Stephen King, co “Hearts in Atlantis” 
D’accordo lo ammetto: ti ho snobbato per lungo tempo, inutile ritornare sull’argomento in modo polemico. Delle storie “horror” e di quelle a metà strada fra il soprannaturale e il metafisico con effetti speciali ne ho fatto sempre volentieri a meno. Mi hai fregato, e c’è un motivo profondo. Sei una meretrice, anzi una puttana e mi hai fottuto; e ti dirò che sono contento che tu lo abbia fatto. Ho trascorso tutta la mia maturità a sfuggire dalla mia inquieta giovinezza, e tu lo sapevi. Non dico che mi nascondessi, solo non sapevo dove metterti e questo era un problema serio, sono troppo ingombrante anche per me stesso e tu hai aspettato. Quando finalmente ti ho riaperto la porta mi è mancato il fiato. Sai cosa sei stato? Userò le parole di un grandissimo scrittore italiano baby, quelle che non si possono tradurre perché la musica cambierebbe baby. Sei stato “l’amore che strappa i capelli dal viso” (F.DeAndrè), l’adrenalina tornata a scorrere. Lo sapevi maledetto e hai messo su il disco che conosciamo entrambi, a hard rain’s a gonna fall e appresso a quello si sono aperte le gabbie della memoria e niente era cambiato…nemmeno la rabbia e il sangue, l’amore, l’orgasmo e la timidezza. Io sono tornato là dentro con quegli anni a cantarmi una musica mai dimenticata. Ti ho snobbato, lo ripeto e tu mi hai sbattuto in faccia che “in fondo sono solo informazioni” e che “se mi fossi comportato bene avrei avuto anche il dolce”. Dammi pace baby, ho posato la testa sul tuo grembo e non ho più voglia di andare da nessuna parte, lascia che la musica prosegua oltre e lascia aperte le pagine. Le sfoglieremo ancora perché “Alle volte un po’ di magia sopravvive”, osservò lui. “Non saprei metterla diversamente. Io credo che siamo venuti perché sentiamo ancora alcune delle voci giuste. Tu le senti? Le voci?” “Qualche volta”, ammise lei quasi malvolentieri. “ Qualche volta sì” –

giovedì 2 marzo 2023

IL DITO E LA LUNA -

Mi guardava di sottecchi, curiosa - Che fai con quel quaderno? - Scrivo al mio amico mamma - Ah…perché non gli parli? - Perché mi distraggo…si distrae - Sciocchezze (ma non ne era convinta), parlagli invece di passare ore intere chino su quel foglio. Parlagli Enzo, guardalo negli occhi mentre lo fai, vedi come muove le labbra...guardalo mentre vive, non restare chiuso dentro le parole che scrivi. Parlagli. Era Milano ed era il 1962 . Chiusi il quaderno ma ero convinto che scrivendo mi avrebbe capito e ascoltato, viceversa tutto sarebbe passato via in poco tempo. Avevo due desideri a dieci anni abbracciare il mondo e raccontarlo agli altri, le altre vennero subito dopo. Desideri che col tempo acquistarono il contorno di utopie da inseguire per una vita o abbandonare ad un più prosaico destino. Il desiderio occhieggia ancora di tanto in tanto fra le trame di una vita "trascorsa in un confronto impietoso tra l’utopia, gli impulsi e questo mondo che mi è toccato in sorte. La libertà, l’arte, la democrazia e la rappresentanza, la Storia e persino l’amore, tutto questo immenso e composito fardello di idee mi hanno da sempre attraversato in modo rivoluzionario, filtrato dalla cultura della mia maledetta generazione in bilico tra presente e passato. Autocit". Questo era invece Palermo 1992. Capire e farsi capire, scrivere infine credendo di comunicare meglio, aspettandosi un segnale dagli altri mondi: una linea diretta senza intermediari, senza tutor, avendone sulle spalle secoli, con ragioni piane e intuitive, fautrici di nuovi passaggi attraverso il confine dei nostri personali recinti. Non parlai a quel bambino allora, gli scrissi ma conosceva poco l’italiano, meno di me. Non credo lesse il foglio che gli passai sotto il banco. Non è vero che mi faccio capire ma la scrittura ovunque io l’abbia posata rappresenta ancora il luogo più vicino ai territori del mio spirito. Ma non basta, non basterà mai almeno per me: tra l'intuizione scritta nella mia mente e la sua apparenza sul foglio c'è chi legge! Tra il mio mondo e il suo messaggio esterno c'è il vostro. Non collimano mai. Gli equivoci legati a indole, culture ed esperienze diverse sono muraglie insuperabili. Ho creduto per un breve e felicissimo tempo che l'espressione scritta in rete fosse comunicazione in tempo reale, liberazione e dono. Tutto si è schiantato sulla moderazione dei commenti! Questa notte il vecchio sogno sembra ancora vivo, risuona come in quelle ore sulla punta del faro trascorse a lanciare il cuore oltre l'orizzonte. "C’è una splendida notte oggi sullo Ionio, un filtro di perla ad ammorbidire gli spigoli di un’esistenza: c’è la musica di De Andrè, sarà quella a portarmi fuori dalle secche di una notte infinita, sarà il pioniere, il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile.Autoocit" Questa era Siracusa 2012. Autocitazioni, dubbi, speranze, vittorie e sconfitte... Scrittura. Adesso non c'è più tempo. Resta la lettura.

martedì 28 febbraio 2023

TUTTI SCRITTORI NESSUN LETTORE -

Il maggiore pericolo che si corre nell'affrontare l’argomento “scrittura” su un articolo di un blog sconosciuto, da perfetto sconosciuto (siamo tutti così), è quello di apparire saccente. Invece io vorrei dire alcune cose da lettore e basta: certo un lettore con una certa pratica di scrittura e molti anni di rete sulle spalle. La scrittura è comunicazione a parer mio, trasmissione di concetti, esperienze, emozioni. Non c'è modo più elevato di conservare la propria traccia esistenziale nel tempo della scrittura. L'esercizio "libero", come quello esercitato qui per esempio, è importante certo ma poi entrano in gioco altri fattori e non sempre essi sono quantificabili e prevedibili. Dipende per es. dalla cultura personale di chi scrive e di chi legge, dall'abitudine alla lettura di qualcosa che superi le tre righe dei social. Ma la scrittura, a qualsiasi genere letterario si rivolga, è soprattutto una liberazione per chi la produce e un'avventura per chi ne usufruisce. Non c'è una cifra stilistica sempre uguale da riferimento, vi sono testi che pur essenziali e nudi entrano dentro immediatamente, altri ben costruiti e "nobili" che restano irrimediabilmente fuori. Quello che mi dà più fastidio nei testi che affronto da lettore è la forzata e snobistica presunzione di voler essere a tutti i costi "di tendenza", di volersi inserire in una cerchia ristretta da elite culturale….pur di raggiungere questo scopo ho letto testi inguardabili, astrusi, fumosi e pieni di spocchia salutati con grandi applausi da una cerchia ristretta di aficionados di quel blogger. Il web è pieno di esempi simili, all’inverso testi bellissimi, luminosi e originali fanno la muffa in certi blog dove trovare un commento e un lettore è una rarità. D’altronde nella letteratura ufficiale conosciamo esempi perfetti di scrittori o poeti quasi sconosciuti che hanno lasciato una traccia indelebile nell’animo del lettore pur senza avere nulla delle cose che oggi fanno un caso letterario di un libro. Ci sono decine di titoli in libreria che hanno come autori il politico di turno, l’attore, l’attrice, l’anchorman, il giornalista che improvvisamente vengono omologati al rango di scrittori ma ne sono lontanissimi. Un libro se è buono entra, ti obbliga a riflettere. E ti porta via.

domenica 26 febbraio 2023

TI AMO -

Non se ne era accorto subito, l’emozione era stata così intensa da lasciarlo senza parole. Si era preparato, aveva immaginato molte frasi, molte facce, molti atteggiamenti. Aveva trascorso l’intera notte precedente a inventarsi un modo per dirglielo: per mesi, guardandola, i sogni e il desiderio lo avevano scosso senza pietà, bisognava attraversare il confine tra l’apparente amicizia, tra la consuetudine pacata e protettiva di un sorriso con mille discorsi vacui, e una vera dichiarazione d’amore. Ma capire non coincideva con il fare, la notte era trascorsa, l’alba lo aveva trovato inutilmente sospeso come poche ore prima, la mattina era diventata un cilicio e adesso lei era lì davanti. E lo guardava quasi preoccupata senza un gesto. Non se ne era accorto ma aveva gli occhi pieni di lacrime. Che importanza poteva avere adesso cercare le ragioni di un’emozione che covava dentro da tempo? Il confine lo aveva lì davanti, era lui il pioniere e quel sentimento il territorio sconosciuto da attraversare. Sentire la sua voce pronunciare – ti amo – fu un tuffo nel cuore di una nuova vita. Lei lo guardò e in silenzio abbassò gli occhi.

venerdì 24 febbraio 2023

BENIGNI, L'ANIMA E LA CULTURA DELLO SPIELBERG -

Benigni è un guitto di spessore perché possiede una misura furba istintiva che esula dalle accademie e dai circoli culturali nobili e affermati. Lui dà sempre l’impressione di essere passato per caso, di venire dalla strada e che sta per tornarci da un momento all’altro. E’ capace di dire cose alte e sorprendenti all’interno di un contesto mediocre e lacunoso: asserire e smentire contemporaneamente, blandire e urtare allo stesso tempo sempre con un sorriso che pare debba funzionare come un viatico ad una perenne assoluzione. Benigni ci ha ricordato una cosa cui nessuno ormai fa più caso, noi siamo una nazione in cui la cultura è nata prima ancora della nazione, e la cultura quella vera, avvicina e non divide, la cultura è un faro nella notte delle ideologie parziali, un patrimonio da difendere e da offrire a chi vuole conoscerlo. Non ha detto che dobbiamo “svenderci” al primo offerente, ha riaffermato invece la necessità di un risveglio dalla notte delle mediocrità spacciate per assiomi universali, il bisogno di vivere i sogni nella realtà se di essa si vuole essere partecipi. Mi domando cosa si può affermare di più nobile nell’anniversario di una difficile unità come quella italiana. Se non si ha anima, se non si vuole vedere al di là dei propri confini regionali, se si preferisce sempre e comunque affidare il proprio destino intellettuale ad ideologie che parlano un dialetto che rinuncia a diventare lingua, in questo caso non tanto baracconi evidenti come Benigni o Sanremo diventano stucchevoli ma noi come insieme che fingiamo un abbraccio che diventerà mortale, e ci lascerà soli chi al di qua chi al di là di uno stretto. Fuori da questa prospettiva sentimentale non c’è, a mio parere, il federalismo, di cui molti parlano e pochi conoscono la vera identità, c’è la secessione, il ritorno a prima dei Mille. In quel contesto io torno ad essere un cittadino del Regno delle due Sicilie e la maggior parte dei commentatori di questo post i nuovi abitanti di una nazione totalmente nuova; la Padania. Preferisco gridare “Viva l’Italia” signori. Se non lo diciamo noi gli Spielberg d’Europa sono pronti a rientrare in funzione.

mercoledì 22 febbraio 2023

MENU A LA CARTE -

Pensandoci con più calma, perché adesso finalmente il ritmo e le necessità di pubblicazione e relazionali sono mutate, i motivi profondi di miei malesseri e disagi nella mia avventura virtuale appaiono evidenti. Non giustificabili tout court ma certamente comprensibili. La comprensione non mi salva da una malinconia profonda, difficile da spiegare. Certo questo post dovrebbe essere messo a prefazione di tutto ciò che ho scritto in rete perchè spiega e risponde a molti interrogativi (e fastidi) che anche le persone a me più care mi hanno manifestato in questi anni. Questo testo è in fondo l'ultimo, l'ultima spiaggia: che sia pubblicato qui in mezzo ad altri o altrove, su altri blog, all'inizio o alla fine di un percorso virtuale, non conta. E' l'ultimo perchè bisogna accettare il proprio vissuto intellettuale e analizzarlo con serena lucidità. Se non ricordo male la prima ad evidenziare il problema fu Marina Pierani, poi a seguire la signora Cerrito. Pur considerando valide alcune reprimende l'idea delle blogger era che le recriminazioni, oltre una certa misura, diventavano stucchevoli. Bene, io quella misura l'avevo superata abbondantemente! Come è nelle mie abitudini rifiutai qualsiasi consiglio e così venne fuori l'idea (falsa) che io fossi ignorante e arrogante, che non fossi inquadrabile in nessun schema ideologico perchè in realtà non possedevo alcuna logica e volessi mantenermi in linea di galleggiamento sempre e comunque. Che fossi quindi una persona subdola e utilitaristica! E' ancora l'idea di certi blogger che si ostinano a maltrattarmi dall'alto di una superiorità etica e intellettuale che non gli riconosco. Se osservaste tutto questo da una prospettiva più ampia finalmente comprendereste quanto sia veramente piccola e sciocca la questione: atteggiamenti infantili da web, sussiego, ripicca, come se queste righe, le mie e le vostre, fossero la quintessenza della vita, come se i litigi, gli equivoci siano degni di essere considerati un grande problema, qualcosa per cui strapparsi i capelli o peggio. La mia realtà intima dice altro a mio parere. Dice che ponendosi a contatto e in comunicazione col mondo esterno, uscendo verbalmente dal chiuso di una stanza, una tastiera e un computer, confrontandosi quindi, tutta l'enorme distanza tra il mio mondo intellettuale e il resto mi ha regalato una solitudine abissale e un senso di inutilità non gestibile. Parlo di distanza non di superiorità! La malinconia resta, netta senza discussioni, tagliente e per molti versi distruttiva. Se mi leggete salta subito all'occhio. Ma il problema non si ferma qui, quello che mi distratto, incuriosito...stregato è stato altro. Io all'inizio usavo carta e penna, un foglio bianco e i miei segni neri, in silenzio e solitudine, soltanto io e la trasposizione in parole dei miei pensieri, non c'è cosa più affascinante della scrittura, non c'è cosa più duratura (purtroppo in certi casi). La scrittura diventò mia già a dieci anni. Era un fatto naturale, fisiologico, amato e protetto fino all'esagerazione. Un istinto possessivo ed esclusivo, lo scelsi come mezzo di comunicazione nei miei rapporti con l'esterno. Poi la rete mi presentò anni fa un suo derivato e cambiò ogni cosa per molto tempo. E' stato L'IPERTESTO a spingermi sulla strada di una scrittura diversa, più ampia. Potevo cambiare ogni cosa! Caratteri, corsivo o grassetto, dimensioni, colori, giustificazione a dx o sn, dimensioni...e poi sfondi immagini, musica. Un universo tutto da sondare. L'ho usato a piene mani, ho creato una quantità di blog e in ognuno di essi ho provato esperimenti di tutti i tipi. Infine mi sono allontanato dal senso profondo della scrittura. E mi sono perso. Negli ultimi due anni ho cercato di ricuperare pian piano i segni neri su bianco, ho ripreso me stesso e l'ho bloccato sulla mia scrittura profonda; è un lavoro improbo e mi ha dato un gran senso di colpa, forse alcuni errori non sono più riparabili, ho fatto danni a destra e a manca, non ho mai avuto reticenza a usare la parte più tagliente di me nei testi, è una specie di irresistibile follia...la sento anche ora mentre batto queste righe. L'operazione consiste nel tornare alla scrittura dopo aver navigato per anni nelle discussioni e nelle polemiche, lasciare l'ipertesto al suo ambito e riempirlo di nuovo di testo vero e pieno. Dovrebbe chiamarsi letteratura e lo dico timidamente ma seriamente. Solo in quell'ambito potrò finalmente trovare pace e morirvi dentro. Non riesco a cambiare finora, sono incapace di adeguamenti, non pratico compromessi, fondamentalmente ostico e estraneo alla quasi totalità delle mie frequentazioni virtuali. Su questioni come finis vitae e relativa legge, dinamiche parlamentari, dinamiche politiche, ideologie di questo secolo trascorso, storia italiana, cattolicesimo e Vaticano, figure papali, teologia ed Evangeli, rapporti con l'Islam, fenomeno migratorio, Europa europeisti e UE, scuola e valori educativi, Magistratura e magistrati...ma soprattutto senso del tempo dell'uomo e delle sue radici etiche profonde, per tutti questi argomenti e altri ancora ho una posizione opposta e diversa dalla vostra ( o da quella che leggo sulle vostre pagine). Lascio da parte le questioni riguardanti nello specifico le dinamiche relazionali e comportamentali dei blog, ciò che io chiamo "galateo da rete"; qualcosa di talmente sciocco da non meritare attenzione ma che invece domina ferocemente i nostri rapporti. Capite bene dunque che le diversità intellettuali e d'opinione unite a questa scontrosità di base mi rendono finito prima ancora di cominciare. Qualcuno, superando il fastidio di aver a che fare con me, potrebbe chiedermi: perché non frequenti dunque esclusivamente i tuoi sodali? Invece di rompere le scatole con queste tue croniche lamentazioni perché non ti rapporti con persone uguali a te, con opinioni uguali, eliminando una volta per tutte il tuo è il nostro fastidio? Non posso farlo. Non ci sono sodali per come li intendo io, solo frange di pensiero unico opposto a quello descritto prima ma con l'identico vizio di fondo: assoluta predominanza dell'ideologia vissuta come assioma che tutto esclude e corrompe. La destra ha un colore diverso ma la stessa anima ignorante e arrogante della sinistra. In mezzo non c'è nulla. La logica in entrambi i casi è quella dei pacchetti tutto compreso, il menù alla carta non è previsto: per esempio (ma è solo un esempio preso al volo) se hai opinioni di un certo tipo sul giudaismo DEVI per forza concordare con Alfatah o Hamas, oppure se sulla storia del fascismo la pensi in un certo modo conseguentemente devi gioire per piazzale Loreto o accettare come dovute le leggi razziali italiane del 1938.!!! Potrei continuare all'infinito, non lo faccio. Fin quando i miei testi raccontano di storie d'amore o di vita, di luoghi presenti nell'immaginario romantico di molti di voi, del Sud come anima e stimolo letterario, riesco a sedermi al tavolo; ma non deve trapelare niente dell'humus culturale che mi porto dentro perchè esso è assolutamente politicamente SCORRETTO! Sono un apolide è chiaramente riportato sulla mia carta d'identità: senza una vera patria riconoscibile, dedito alla giustificazione della teoria "un colpo al cerchio e uno alla botte", pericoloso, inaffidabile, insostenibile. Solitario. Non mi piace, non mi piaccio ma la spiegazione del mio fallimento nella socializzazione virtuale sta lì e non c'è altro da aggiungere e francamente nulla da commentare.

lunedì 20 febbraio 2023

UN VIZIO ANTICO -

Non mi consolo, non ne ho voglia, anzi non ho voglie, non quelle comunemente definite come tali. Ho sogni, sogni bellissimi e vasti come il mare, talmente perfetti da lasciarti sbigottito. In fondo vivo di sorprese: stare sul web è una di queste, constatarne i limiti un’altra, rendersi conto che la volgarità è da ogni parte intorno a noi, e che ogni giorno, inevitabilmente, soffochiamo nell’imbecillità diventa infine l’inevitabile conclusione. Io faccio parte di questa comune sconfitta, che la dichiari in buon italiano e serenamente non ne cambia i connotati, mi rende solo più ridicolo. Capisco ora veramente i termini di un “certo” problema, adesso gli insulti e le critiche mi suonano comprensibili; raccontano il disagio di chi non vuole arrendersi all’esercizio di una superficialità di comodo e pretende una comprensione che si rifiuta di concedere agli altri. Battere queste righe è un vizio antico da cui non so liberarmi. Lo farò per te qui perchè l’armonia risponde a se stessa in un silenzio perfetto. La querula dimensione del commento e del rimando ad esso perpetua un rituale che rende risibile anche un’intuizione corretta, soltanto uno spirito elevato può arrischiarsi a tentarlo: nascere è umano, perseverare è diabolico. Pare che io lo sia diventato ma l’eternità esiste e non è poi così sicuro che essa sia una liberazione o un fatto positivo; spesso appare ai miei occhi come un ripetersi ironico dei medesimi atteggiamenti mentali. E’ a quel punto che bisogna fare un ultimo sforzo e morire: morire ogni giorno alla consuetudine per rinascere alla novità della verità vera. Comunicare un emozione o l’idea di essa fa parte dello stesso concetto, diventa così facile comprendere come chiunque può appropriarsi di queste righe, fagocitarle e farle anche proprie se vuole. L’orgoglio e la tasca eventualmente ne soffriranno, la mente e l’anima da cui son nate non subiranno alcun danno per questo anzi ne godranno per una sorta di narcisistica partenogenesi. I cieli blu cobalto sono eterni dentro di me: ne ho scritto sperando che almeno parte della loro musica giungesse a voi.

sabato 18 febbraio 2023

IL PRIMO -

Qui non viene mai nessuno. E’ la logica conseguenza del fatto che io faccio l’identica cosa con voi! Potrei scrivere qui per un millennio in assoluta e perfetta solitudine non frequentando visibilmente nessuno di voi. Non è stata una scelta e nemmeno un strategia pianificata, non avrebbe senso. Si è trattato di uno smarrimento, di una nausea profonda che è sfociata nell’incapacità di interloquire con questo ambiente. C’è poi l’Accademia, il mondo universitario e le sue conoscenze protratte per decenni …la lettura esercitata fin da bambino e la scrittura conseguente nata nell’adolescenza. L’anonimato vero nasce da lì, dal bisogno di confondersi col mondo reale e di starne contemporaneamente fuori; non sono capace di disquisire di sintassi e poesia con i miei vicini di studi e lavoro, troppo arroganti. Comunque non c’è quasi mai niente da dire tranne i soliti complimenti, non c’è quasi mai niente da rispondere per l’imbarazzo che il gradimento o le reprimende suscitano in genere in me. Al niente corrisponde il niente. In Sicilia l’elitarismo si pasce dell’apparente mediocrità umana circostante, ma è un’illusione fascinosa, la letteratura dei siciliani è sempre stata europea perchè “europee” e vaste sono sempre state le loro biblioteche.

giovedì 16 febbraio 2023

MIMMO PENSO CHE UN SOGNO COSI' -

La personalità sociale e civile del sindaco di Riace ha almeno due aspetti contrapposti: il primo è quello dell'idealista convinto, colui che con un volo d'ali passa oltre le pastoie, le leggi, le competenze tipiche della legislazione italiana e dà voce alla umana solidarietà contro tutto e tutti. Il secondo è quello che vien fuori da un anno di intercettazioni di polizia e guardia di Finanza. Un uomo interessato al commercio e ai soldi, disposto a qualsiasi illegalità amministrativa pur di raggiungere il suo scopo, permettere cioè con maggiore facilità l'ingresso e lo stabilirsi di clandestini sul suolo italiano. Anche i termini e il vocabolario usato nelle intercettazioni, le sue valutazioni su donne uomini e situazioni appare totalmente diverso dall'aulica lettera consegnata alla stampa dopo la sua messa in stato di accusa. Mimmo Lucano sindaco del comune calabrese di Riace di questa specie di Repubblica italiana ad interim ha compiuto vari reati e fino a prova contraria l'immigrazione in uno stato in condizioni di clandestinità è un reato. Lo è ovunque e da sempre. Non vedo cosa vi sia da controbattere a meno che non si voglia affrontare il problema da quell'ottica che per anni ha permesso capovolgendo leggi, logica e valori, di raggiungere la attuale situazione: quasi Ottocentomila clandestini sul territorio nazionale, quasi tutti anonimi e senza mezzi di sostentamento. In un contesto di questo tipo Lucano evidentemente può salire sugli altari come novello Messia in un paese di pagani, peccato che sia capitato in un momento storico che soffia in direzione contraria alla sua ideologia altrimenti il suo esempio di "sindaco a modo mio" avrebbe fatto proseliti e il nostro paese, il sud in particolare, sarebbe diventato ancora più simile a certi territori mediorientali o subtropicali cui già somiglia in modo preoccupante. Quando il reato viene compiuto da chi è preposto al rispetto delle leggi esso è ancora più grave, vale per Lucano come per i carabinieri che hanno finito a botte Cucchi dopo il suo arresto. Vale per tutti e non può certo essere una lettera-proclama pubblicata dalla stampa amica o da una blogger sorella in ideologia a capovolgere il diritto. Il post che vi invito a leggere è un capolavoro di retorica concettuale e sintattica; la sintassi è copiata pari pari dalle centinaia di testi apparsi in questi mesi su stampa, social e affini "Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio" " Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia" "Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste" E' evidente che si tratti di una scrittura posticcia, un modo più elegante e letterario di trascrivere slogan radical chic sperando di farli diventare patrimonio comune di chiunque legga perchè questa lettera non è una difesa ma un manifesto elettorale in perfetto stile solidale marxista stilato col principio che la miglior difesa è l'attacco. Lucano non nega le sue responsabilità da pubblico ufficiale, le esalta, ne fa criterio ammirabile chiede l'applauso e l'abbraccio... siamo tutti più buoni e in lacrime dopo averlo ascoltato. "Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione. La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere. Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio." C'è persino il richiamo al buon De Gregori e alla musica cantautorale italiana di gran livello che da 60 anni in qua in Italia è sempre stata a sinistra o a sinistra della sinistra. La musica eleva (la canzone di De Gregori è veramente bella) placa, accomuna. La musica anche lei si prostituisce a concetti che non le sono propri in questo caso ma tantè... Poi la lettera si avvia alla conclusione tra bagliori di luce eterna che tagliano la scena donandole quel tanto di epico che mancava, al suo interno sulla scena si erge lui, l'eroe che non vuole essere chiamato tale, l'uomo che cade in piedi perchè alla fine bandiera rossa trionferà "Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale. Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali. Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza. Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie" Sono sincero questa lettera sembra il post di uno dei tanti blogger che oggi si sono accomodati in una tendenza che non è solo sociale e storica ( anche se di storia costoro nulla sanno) ma anche letteraria tra virgolette, con una terminologia, un ritmo e una concettualità che rende questo testo la fotocopia di molti altri ovunque in rete. Io dico le cose che penso e come le penso: non è vero che la sintassi non conti, conta molto e se sai scrivere idee sbagliate nel modo giusto entrano meglio e non hanno quel sapore di deja vu insopportabile che aleggia nel testo di Mimmo Lucano. La lettera fa pena. Nell’articolo comparso sulla stampa vi sono poi due foto: una risale al periodo prebellico (anni 20 -30) l'altra ai primi anni 60 quelli del miracolo economico (la stazione centrale di Milano la conosco a memoria). Le foto mi danno lo spunto per confutare una menzogna colossale che viene da tempo propugnata da tutti coloro che la pensano come Lucano. La bugia è che questi migranti siano la riedizione etnica delle migrazioni primo novecento degli italiani. NON E' VERO! I nostri migranti erano tutti in possesso di una identità precisa nero su bianco; partivano per continenti enormi e in gran parte vuoti (vedi Argentina) in cui il lavoro era a portato di mano e esteso a qualsiasi categoria (anche se molti diventarono braccianti e contadini). In molti casi prima di essere ammessi ai nuovi stati ospitanti furono lasciati in quarantena per lunghi periodi (Ellis Island a New York per es.) e mai si videro invasioni incontrollate e senza alcun senso nè storico nè civico - organizzativo come quelle di questi ultimi 10 anni. I nostri emigranti lavoravano!!! Produssero ricchezza nei paesi di arrivo, soffrirono ma si integrarono anche ai massimi livelli, non furono tutte rose e fiori, io non dimentico la questione della mafia italo americana et similia ma equiparare le ondate migratorie di mediorientali e africani, la palese strategia affaristica che c'è alla base delle ONG (simile in tutto e per tutto alle navi negriere del XVIII secolo) è da sciagurati o peggio. Le migrazioni degli italiani furono una cosa, anche nei primi anni 50-60, quelle di oggi tutt'altra. Dobbiamo finirla di raccontare frottole ad uso e consumo di elitari utopisti dalla lingua melensa ma furba. Lucano dice cose che hanno un senso contrario a quello che lui ha fatto. Imparate a ragionare, studiate prima di commentare, non cercate sempre l'alibi del fascismo per scrivere sciocchezze in quantità industriale. Non fate di nani giganti dai piedi di argilla.

martedì 14 febbraio 2023

LA DIFFERENZA -

A vent’anni non puoi trascorrere la tua vita appoggiato a un legno, hai bisogno d’altro senti lo stimolo di altre cose, c’è il sesso e il suo profumo… ci sono le donne, l’altra faccia del pianeta. A ventanni dimentichi e bruci in fretta. Per qualche strano motivo, in un primo periodo, anche le donne furono intrise dal gusto del politico e dell’impegno ideologico, ma fu una stagione breve e convulsa troppo lontana dalla mia indole e dalle mie aspettative. Di fatto si era venuta a creare una situazione particolare, una specie di “ombrello” protettivo sotto cui riparare anche i sentimenti privati, un imprimatur laico senza il cui bollino le dinamiche sentimentali perdevano dignità. Una sciocchezza terribile e, come tale, rigettata da me in breve tempo. Ma il rigetto cominciò a segnare anche il mio distacco dalla routine dell’impegno politico e ideologico all’interno del movimento; quello che io credevo impossibile si ripresentava, sotto altre vesti, davanti ai miei occhi. Affermare e chiedere l’alternativa, l’autocritica, scelte diverse, democrazia e libertà di pensiero pian piano diventò solo un’affermazione “di merito” sciatta e senza vita. Insomma il fascismo di cui ci riempivamo la bocca nelle assemblee e nei cortei e la violenza che dicevamo di voler combattere noi l’applicammo in toto nel nostro modo di agire. Il segreto era non pensarci, non pensare e fare, nessuna riflessione fuori dagli schemi e, soprattutto, dalle sentinelle vigili accanto a noi, pronte a controllare e redarguire tuoi eventuali cedimenti. Nella Milano del 1970 io camminavo su un’asse di equilibrio sottilissima: al di qua e al di là non c’era nulla che io amassi veramente, nulla di cui potermi fidare ciecamente, c’ero solo io e la mia asse di equilibrio. Dei miei compagni di strada sta svanendo anche il nome: dalla primavera del 59 ad ora delle loro traiettorie è restata solo una scia indistinta Ne scrivo per questo, per fare la differenza. Ma allora e per un po’ di anni ancora io parlavo e basta, scrivere era solo un voto alto in pagella. Mia madre conservava i temi che facevo: li metteva in una cartelletta verde che nascondeva gelosamente. Le chiesi un giorno perchè lo facesse e mi rispose: - Perchè ciò che si scrive è una persona, è il suo spirito- poi mi baciò e tanto mi bastò. Per lungo tempo. Fu Tiziana dai capelli rossi a spiegarmi la differenza…e la sua spiegazione mi parve molto diversa da quella di mia madre e mi piacque di più. Oggi so che erano la medesima cosa… Poca gente nella biblioteca d’istituto. Meglio, questa non sarà mai un’alcova però una stanza larga e quasi vuota è un buon palcoscenico. Oggi glielo dico, oggi o mai più. Chi se ne frega della ricerca di storia…è bellissima, la gonna a quadri chiusa da una enorme spilla d’oro e le sue gambe e il suo profumo leggermente speziato. Invade i miei sogni da mesi, non ho più una notte ristoratrice da quando la testa si è inceppata su di lei: quindi oggi glielo dico per non impazzire e non dichiararmi sconfitto davanti alle masturbazioni mentali e non. Ha già preso i testi e mi guarda, io sto fermo come un cretino a osservarla come un’opera d’arte. – Enzo me la dai una mano a portare questi libroni sulla scrivania o devo fare tutto da sola? – Eh…certo. Scusa. Li prendo in fretta tutti, manco fossi un fusto da olimpiadi del sollevamento pesi…e cascano tutti fragorosamente a terra. Inevitabile, un classico che si ripete. Ma come faccio ad essere così? -Madonna che casino…si sono rovinati? – No, non mi sembra. Dai tiriamoli su e basta. E’ mentre li posiamo sulla scrivania che sei troppo vicina per respirare, è adesso che ti prendo la mano e ti dico: “Tiziana ti amo”. La voce non sembra la mia eppure l’ho usata senza pensarci; è una voce da uomo che stona nel mio corpo da adolescente affannato. Ti giri, non parli. Mi guardi senza fretta. Qui niente e nessuno ha fretta. Mi guardi e io non riesco a smettere di bere i tuoi occhi… Era il primo anno di liceo classico quando una ragazza mi rivelò il mistero del parlare e dello scrivere: io le dissi ti amo, lei si avvicinò e si mise un po’ di sbieco affinché potessi ammirare la lunghezza delle sue ciglia e mi rispose: “Scrivilo, non dirmelo perché lo dimenticherai, scrivilo con un bacio.” Ho parlato con migliaia di persone ed erano tutte chiacchiere importanti, l’unico ricordo che conservo di esse è un’eco lontana. Scrivo da quel pomeriggio in cui Enzo scrisse a Tiziana con un bacio lento e pieno d’aria che era innamorato di lei. Così Tiziana c’è ancora, con la gonna a quadri e lo spillone dorato e la camicia chiara sopra il seno ansimante. C’è perché ne ho scritto. Allora come adesso, scrivo per pesare di più sulla bilancia della vita o per continuare a crederlo. Ognuno di voi ha la sua ricetta e relativa posologia dentro la tastiera…miliardi di battiti e di baci, un firmamento di astri luminosi che contengono le nostre vite che continueranno a riflettere sulla terra anche quando i proprietari saranno volati via.

domenica 12 febbraio 2023

TIPI D'AMARE -

Nessuna certezza? Tutte le certezze! I maschi son tutti facilmente conquistabili: non ne ho conosciuto uno che sia uno che non fosse disposto a una serie di pazzie solo per due gambe ben accavallate. Per gli uomini la faccenda è un po’ più complessa, soprattutto se sono giovani e credono che il mondo sia alla loro portata. Inevitabilmente finiscono per considerare le donne alla stregua di un bellissimo paesaggio, di una contrada lussureggiante da “colonizzare” appunto. Forse sono costoro i “colonizzatori dell’anima” ai quali una certa letteratura si riferisce. Ma le certezze finiscono qui, dopo comincia il territorio degli uomini feriti, col pene in diretta comunicazione col cervello, il territorio degli uomini che non hanno mai dimenticato di essere stati donna. Per costoro non esistono donne impossibili da conquistare: semplicemente esistono le donne e le si sceglie guardandole negli occhi, attraverso i movimenti delle loro mani, delle labbra, del seno, annusando l’aria che le circonda e annullando in breve tempo tutti i giochetti che coprono il profumo vero di un incontro. Per questo genere d’uomini è difficile incontrare una donna “adeguata”: gusti troppo difficili, naso troppo fino, testa non in vendita, eccessiva sincerità, il proprio seme non barattabile, un carattere impossibile insomma. Questi, però, non pensano mai che sia fatta, nemmeno durante un coito, ma amano osare perchè la solitudine a volte è difficilmente gestibile. 
Restano soli e soli muoiono come sono vissuti, sorridendo all’idea di quelle poche donne che si sono fermate per qualche tempo a dirsi d’amore con sensuale fragranza. Non so perchè ma credo che anche loro, infine, diventino tipi da non amare.

venerdì 10 febbraio 2023

SNOB -

Mi dispiace e non voglio negarlo: non è un dispiacere da poco e non fa chiasso. Non è nemmeno legato in particolare alle stupide parole che ogni tanto qualcuno mi indirizza (la moderazione serve all’uopo). Il mio è un dispiacere assolutamente snobistico, squisitamente intellettuale. Il sartiame delle mie vele si sta lentamente consumando, credo che prima però si strapperanno le tele…il naufragio avverrà dopo. Avrei voluto vedere altro, guardare un orizzonte diverso: sinceramente ho creduto fino a poco tempo fa che i questo paese ci fossero energie più fresche e meno inquinate, mi piaceva avviarmi nella seconda parte della mia vita scrutando qua e là i riflessi di una crescita civile diffusa. In fondo per un adulto abbondantemente proteso verso la senilità un blog è un gioco aperto a varie opzioni: per certi versi e immodestamente pensavo di essere ancora utile. Sul web ci sono una marea di ignoranti, ci sono anche molte persone dotate di buona cultura ma prive del più piccolo briciolo di educazione: la classe lasciamola perdere, quella anche solo nominarla oggi mette imbarazzo. Eppure l’educazione, la misura ed un certo tratto che quelli che hanno almeno la mia età hanno incontrato talvolta, sono ingredienti fondamentali per la cultura come l’intendo io. Non m’importa nulla di fare un discorso che per certuni può sembrare sussiegoso, il mio è un atteggiamento volontario. Esistono super io scolpiti nel granito, di facile identificazione e di impossibile mercificazione: credo che debbano essere rivalutati! Non è poi male in fondo porsi nettamente in questo mondo di mediocri che resterebbero anonimi anche proclamando a gran voce le proprie generalità; lasciamo quindi che le morali lasche sguazzino più in basso, che si travestano in giacca e cravatta o con tailleur di lusso…l’eleganza e il portamento sono altra cosa. Spiegarlo è inutile. Non chiedo adulazioni, il carattere secco non mi lascia il tempo e l’uzzo di cercare consensi: amo le donne e gli uomini che non si fanno declinare ma declinano, sul contenuto del nostro discutere affronto qualsiasi tema senza buonismi e gigionerie e non mi contento di poco. Sono antipatico e distaccato da sempre, il blog era finora l’unico luogo in cui mi lasciassi andare, l’unica frivolezza che potessi accettare sul mio smoking da sera. Da quando ho capito che esistono ancora esseri che invocano l’eugenetica anagrafica vorrei essere ancora più vecchio e spinoso. Mi sto attrezzando.

mercoledì 8 febbraio 2023

LA STANZA SEGRETA -

Un guscio vuoto; una cornice di un quadro che non c’è… ma potrebbe esserci. Quando scrivo e penso di pubblicare qualcosa, durante e dopo arrivano altre idee, lievi…forse timide. Non c’è posto per loro eppure vengono da lontano. Io credo che siano le vostre, le nostre; quelle non scritte perché non conformi o non corrette oppure troppo trasgressive o frettolose. Questo spazio è da riempire per opporsi al vuoto che avanza, per credere e infine per poter continuare a pensare che una carezza può ancora cambiare il mondo. Sono poche le cose che non faccio quasi mai perché mi stravolgono l’animo al di là d’ogni possibile descrizione. Non è paura, è assoluto rispetto per l’emozione che risiede ai piani alti del mio essere: non voglio che il suo sapore venga in alcun modo disperso. Questa che leggete è una delle tre stanze segrete che apro solo in occasioni particolari. Io credo che non siamo solo quel che mostriamo di noi, che la parte più aerea e leggera di noi è quella che ci fa incontrare. Non la morte, nelle cui mani dobbiamo affidare i nostri corpi, ma la vita e il sublime ci salveranno. L’idea che saremo comunque per l’emozioni che abbiamo vissuto e la musica che abbiamo attraversato. L’assoluto, l’assoluta bellezza che è morte delle nostre miserie e vetta altissima dei nostri giorni, mano aperta a carpire il segreto dell’anima del mondo. Sarà infine la bellezza a redimere la casualità per la quale siamo esistiti…la bellezza senza nessun’altra specificazione. Quella che sveleremo alla fine.

sabato 4 febbraio 2023

CANTI BAROCCHI -

La grande villa era già sparita da più di ventanni. Le bombe made in USA avevano artigliato anche la zona residenziale di viale della Libertà ma gli inquilini se ne erano andati da molto tempo. La contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò non avrebbe potuto vivere con la dignità che le competeva in quella Palermo del primo novecento dopo essere stata abbandonata dal marito Giuseppe per una giovane e procace ballerina; lui era fuggito a Sanremo ma la contessa era rimasta a illanguidire tra i ricordi e le angustie di una società in cui lo sfacelo iniziato con l'unità d'Italia e la fine dei Borboni rendeva sempre più lontana la luce che era stata dei Gattopardi di un tempo. 
Aveva più volte confidato alla sorella Beatrice che per lei gli spazi vitali diventavano sempre più angusti e che non intendeva crescere i tre figli in quella condizione. Beatrice le ricordava che per gente come loro (era la madre dello scrittore Tomasi principe di Lampedusa) la città, per quanto degradata, restava pur sempre l'unico luogo in cui abitare...a meno che non ci fosse l'alternativa anche economica di migrare in altri luoghi dell'Europa che contava. I tre figli erano una cerchia protettiva, un patrimonio, l'unico, che esulava da tutto il resto. Lucio era il minore, timido e introverso coltivava già da allora molti interessi letterari e musicali: le sue pagelle al liceo Garibaldi parlavano chiaro, i voti altissimi (molto rari a quei tempi) in greco e latino erano testimonianza di un intelletto avido di conoscenza e lucido nella sua capacità espressiva. Ma era il carattere a limitarne gli effetti e forse anche una certa sudditanza psicologica verso la madre, sudditanza terminata solo con la morte di lei. L'ambiente sociale della nobiltà palermitana di quegli anni era ridotto come numero ma elevato nei suoi interessi, Il circolo Bellini possedeva un tenore culturale di grande spessore e l'adolescente Lucio vi era già conosciuto come "il musicista filosofo". Il circolo aveva tra i suoi frequentatori anche Tomasi che spesso si divertiva a prendere in giro il cugino che certamente era un pedantissimo e ricercatissimo compositore e il Tomasi amava schernirlo con la frase " mio cugino compone una biscroma al giorno". In Sicilia l'elitarismo si pasce dell'apparente mediocrità umana circostante, ma è un'illusione fascinosa, la letteratura dei siciliani è sempre stata europea perchè "europee" e vaste sono sempre state le loro biblioteche. Ma niente potrà mai spiegare la cifra esistenziale della famiglia Piccolo che agli inizi degli anni 30 decise di "sparire" dal mondo cittadino e esiliarsi nella villa di campagna di Capo D'Orlando. Lucio a quell'epoca aveva 31 anni. Se esiste uno stereotipo sulla Sicilia quello gattopardesco è senza dubbio il più "nobile" e ricercato, è anche il più sciocco e inadeguato; la Sicilia colta e profonda è sempre vissuta lontano dai salotti e dalle ricercatezze formali. Tomasi, cugino di Lucio, ebbe una gran fama postuma per il romanzo che incastonava in un diadema perfetto la vita e l'amore, la storia e la politica, il fisico e il metafisico, una gloria inutile per l'autore e giunta in ritardo. Molte delle pagine del Gattopardo, furono riviste e completate a Villa Piccolo, si vociferò a lungo di alcuni asprezze tra i due cugini nate da contese letterarie. Il romanzo di Lampedusa nasceva al sole infuocato e assorto di un meridione antico, la poetica di Lucio Piccolo invece viveva nella penombra di una sera incipiente o di un'alba sospesa. Lucio è ancora un poeta clandestino, le sue opere viaggiano tra le mani di pochi, la sua scrittura è lontana anni luce dalle frodi editoriali e commerciali. Che importa? Gli anni dell'adolescenza e della gioventù a immergersi nel grande fiume della cultura e letteratura europea, un istinto precoce e onnivoro verso l'espressione letteraria. Poi il silenzio...la natura come unica interlocutrice e il grande abbraccio della solitudine. Ancora una volta mi rendo conto di quanto io sia inappropriato a svolgere recensioni letterarie in senso stretto, quanto sia incapace a sovrapporre la mia voce a quella di un altro: 
«I giorni della luce fragile, i giorni / che restarono presi ad uno scrollo / fresco di rami… / oh non li ri­chiamare, non li muovere, / anche il soffio più timido è violenza / che li frastorna… ». 
“La casa era quieta, il resto del mondo lontanissimo. Fu così che mi resi conto come per villa Piccolo passasse un meridiano come a Greenwich il meridiano della solitudine “. Ebbe a scrivere qualcuno sul mondo della villa. 
" Se noi siamo figure di specchio che un soffio conduce senza spessore né suono pure il mondo dintorno non è fermo ma scorrente parete dipinta, ingannevole gioco, equivoco d’ombre e barbagli, di forme che chiamano e negano un senso – simile all’interno schermo, al turbinio che ci prende se gli occhi chiudiamo, perenne vorticare in frantumi veloci, riflessi, barlumi di vita o di sogno – e noi trascorriamo inerti spoglie d’attimo in attimo, di flutto in flutto senza che ci fermi il giorno che sale o la luce che squadra le cose". Da Gioco a nascondere. 
Infine andare a Villa Piccolo, da soli e senza altri interlocutori che non la propria coscienza e sensibilità, andarvi e rileggere «Così prendi il cammino del monte: quando non / sia giornata che tiri tramontana ai naviganti, / ma dall’opposta banda dove i monti s’oscurano in gola / e sono venendo il tempo le pasque di granato e d’argento…». Da Plumelia. 
Poichè il Sud sta stretto dentro i normali abiti letterari e la cifra interpretativa può nascere solo dalla comprensione intima della sua terra.

giovedì 2 febbraio 2023

L'odio in giacca e cravatta

Non gridavano “morte agli ebrei”. Firmavano decreti. Non imbracciavano fucili. Compilavano elenchi. Erano medici, giudici, maestri. Gente normale, gente educata. Gente colpevole. Nessun filtro. Nessuna pietà. Come i peggiori crimini contro gli ebrei sono stati firmati da chi sembrava innocuo. Ben pettinati. Ben truccati. Beneducati. Il volto del male, a volte, indossa un doppiopetto. Non urla, non impreca, non spara. Ma firma. Firma decreti, protocolli, ordinanze. Chiude scuole. Espelle bambini. Compila liste. E nel frattempo ti guarda negli occhi, e ti dice: “È per il bene comune.” Il genocidio comincia sempre con un tono pacato Le grandi persecuzioni non iniziano con le camere a gas. Iniziano con il vicino che ti sorride mentre denuncia tuo padre. Con la segretaria dell’ufficio comunale che ti cancella dai registri scolastici. Con il preside che ti consegna la pagella e ti dice: “Non puoi più tornare”. È così che è cominciato. È così che hanno fatto fuori gli ebrei. Con garbo. 
1492. L’eleganza dell’espulsione Spagna. Isabella e Ferdinando. I Re Cattolici. La cristianità trionfante. La croce sopra ogni porta. E gli ebrei? Fuori. L’editto di Granada li caccia tutti: convertiti o sparite. Niente urla. Niente fucili. Solo pergamene con sigilli reali, lettere col timbro, vescovi con l’anello. Chi resta viene bruciato. Chi non si converte viene torturato. E nessuno ha detto niente. Perché l’Inquisizione era giusta. Perché la Spagna era “perbene”. 
1933–1945. I tecnocrati del massacro I nazisti? Certo. Colpevoli. Ma chi ha reso possibile l’Olocausto sono stati i milioni di cittadini rispettabili. I funzionari con la cravatta. Gli insegnanti che spiegavano “l’ebreo degenerato”. Gli operai che costruivano i treni della morte. I medici che facevano esperimenti su neonati. I banchieri che espropriavano conti correnti “non ariani”. Non erano belve. Erano impiegati, colletti bianchi, brave persone. Sapevano tutto. Ma non avevano “nulla da eccepire”. 
Italia, 1938. Fascismo col sorriso Le leggi razziali non le ha scritte Hitler. Le ha firmate l’Italia dei salotti. Il Re le ha approvate. Gli accademici le hanno difese. I giornali le hanno giustificate. Un intero popolo che, pur sapendo, ha guardato altrove. Studenti cacciati. Professori umiliati. Negozi ebraici chiusi. Professionisti radiati. Poi deportati. Poi uccisi. E gli italiani? Aperitivi. Processioni. Famiglie al mare. 
Francia, 1942. L’aristocrazia della vergogna Velodromo d’Hiver. Parigi. La polizia francese raduna oltre 13.000 ebrei, 4.000 sono bambini. Li chiude lì, senza acqua né cibo. Poi li carica sui treni per Auschwitz. Non fu un ordine tedesco. Fu Vichy. Fu la Francia stessa. Quel Paese illuminato, colto, repubblicano. Li ha rastrellati uno a uno. Con precisione. Con efficienza. Con “civiltà”. 
Il male elegante di oggi Oggi non ti dicono “morte agli ebrei”. Ti dicono: “Israele esagera”. Non dicono: “sono terroristi”. Dicono: “sono resistenti”. Usano parole come “genocidio” per attaccare chi si difende. E mai, mai, per condannare chi ha cominciato. Mai per Hamas. Mai per Hezbollah. Mai per chi manda un ragazzino a farsi esplodere. Il tutto con toni misurati, podcast eleganti, articoli pieni di “sfumature”. Sono quelli che dicono “non sono antisemita, ma…” E poi vengono fuori col solito ritornello: “Gli ebrei comandano tutto”. “Ora fanno agli altri ciò che hanno subito”. “La Shoah non può giustificare l’occupazione”. E giù odio, mascherato da diritto all’opinione. La verità fa schifo. Ma va detta. Le grandi tragedie non le ha mai compiute il pazzo isolato. Le hanno fatte le società intere. I popoli interi. Con il consenso tiepido della “gente normale”. Con le mani pulite, e l’anima sporca. Oggi come allora, il male non ha bisogno di mostri. Gli bastano gli indifferenti, i benpensanti, i moralisti a senso unico. E se non lo capiamo in tempo, succederà di nuovo. Perché sta già succedendo.

martedì 31 gennaio 2023

OPINIONI -

Questo non è un blog d’opinione, che significato ha questo termine? IO HO UN’OPINIONE, l’ho su molte cose ma non faccio opinione! Non pretendo di farla, me la studio, la vivo e la analizzo. Non la vendo ma la difendo aprioristicamente se essa viene attaccata gratuitamente, l’ideologia di altri non può valere più della mia per partito preso. Avere una opinione, scriverla in rete significa nella gran parte dei casi suicidarsi per contatti e audience; nei blog decenti da un punto di vista letterario l’opinione è UNICA, una dittatura del pensiero che nasce da molto lontano, dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla egemonia ideologica della sinistra che pretese di fondare questo straccio di Repubblica delle banane su una guerra civile. Ma io per fortuna ho superato da tempo l’imbarazzo di dover piacere per forza a qualcuno, di dover cinguettare su testi e concetti falsi e vuoti. Guardatevi attorno…prati immensi pieni di margheritine da cogliere per farne deliziosi mazzi come cadeux alla blogger o al blogger di turno – ma sei bravissimo, quanta poesia… l’umanità dolente, i buoni di qua i cattivi di là, l’elite intellettuale, il nuovo mondo, il nuovo sesso, le donne sempre una spanna più su, i clandestini uber alles, il mondo arabo e gli schifosi occidentali– Un vortice di colori stupendi e voi/noi lì dentro a gorgheggiare l’unico canto che non ci lasci isolati! I prossimi post sono dedicati alle mie opinioni così a scanso di equivoci chi legge sa con chi ha a che fare. E’ utile, onesto, per certi versi proficuo ( se ci si confronta con teste pensanti) e soprattutto liberatorio. Da quando scrivo in rete ho contatti speciali con blogger che ritengo abbiano opinioni molto diverse dalle mie se non contrastanti; ho ben capito che esprimere con chiarezza le proprie idee in aperto contrasto con quelle di tendenza nell’ambiente frequentato ti espone a un isolamento mediatico potente e progressivo. Devo francamente confessare due cose: la prima è che chi è in asse con le mie opinioni mediaticamente e culturalmente è spesso una nullità mentre dalla riva opposta ci sono fior di esecutori. La seconda è che non mi importa dell’isolamento io non faccio compravendita di contatti e non sono disponibile a compromessi a qualunque costo. Io sono un uomo libero sarà questo che vi disturba.

domenica 29 gennaio 2023

REVERIE -

Leggera, leggerissima. Non avrei mai immaginato che la trasparenza scivolata tra noi diventasse nel tempo la nostra fine. C’era il tuo profumo ma il pianoforte ne aveva uno più forte, il legno e i suoi tasti aspettavano le tue mani e la musica. Quante volte si ripeté il miracolo? Quanti giorni consumammo assieme senza sapere nulla del futuro? Eri leggera, leggerissima, quando ti ascoltavo al pianoforte non capivo, non potevo sapere che il suono ci avrebbe portato così lontano. L’ultima volta fu un Debussy dalle note infinite, suonasti gli accordi finali con gli occhi chiusi, la musica si spense senza un sospiro, cadde ai miei piedi e si dileguò per le stanze della nostra vita. Leggera, leggerissima come un battito di ciglia. 
 Palermo 20 dicembre 1976

venerdì 27 gennaio 2023

L'ASSASSINO SILENZIOSO

L’amore che si presenta alle spalle
di notte è un assassino silenzioso.
Scivolo tra le sue braccia
per sfuggire al mio destino.
Dibattersi, negare
cambiare il suo disegno con una poesia
bilanciare con i miei frammenti
il suo sorriso finale è l’ultima sciocchezza
di quest’uomo.
Stanotte non finirà così
Per molto tempo ancora
tralascerò quella virgola che fa da confine
tra la vita e i giorni vuoti.
E voltandomi ti bacerò come tu non hai mai provato
Mi ucciderai certo ma non sarà invano
ti accoglierò da solo
stanotte.
Come sempre sono stato
e ti guiderò la mano
e per un lunghissimo attimo
capirai.
Dopo sarà troppo tardi
Troppo facile troppo rapido e lontano


Devo essere sincero “stanotte” piace anche a me: l’ho scritta di getto come se fosse già presente dentro la mia mente e non aspettasse altro che uscire. Era notte alta e dovevo liberare il cuore da un peso decennale e crudele, non serviva altro che scrivere e farlo con dedizione sincera. Dopo, un minuto solo dopo è trascorso un intervallo infinito: esso ha annullato qualunque malinconia, qualunque ridicolo pietismo. Io sono asciutto dentro quelle righe, non c’è nient’altro che la coscienza lucida di sè. Nessun rimpianto, la vita soltanto e l’amore o l’idea di esso, il profumo che chiunque lo abbia provato non dimenticherà perchè è una necessità senza do ut des, senza formalismi, senza età…solo io e quell’idea viva e terribile.