venerdì 9 gennaio 2026

LETTERA A MARINA PIERANI -

Considero la frattura e la sua data e il suo nome: Ugo- 10 agosto 2010. Considero il prima a me conosciuto e il dopo e naturalmente scrivo. Non chiedermi perchè. Scrivo perchè evidentemente l'intelletto va di conserva con la sintassi, si richiamano entrambe e si stimolano a vicenda. era questa la magia che possedevi. Se riapro quelle pagine non riesco a sorprendermi che sia accaduto. " C’è il senso pieno e compatto del marmo in INEZIE ESSENZIALI, difficile restare sulla stessa sintonia. Glielo dissi molto tempo fa: la concretezza culturale che manifestava ogni volta superava qualsiasi contrasto, qualsiasi ideologia e mi faceva approdare sulla spiaggia della mia maturità “giovane” e inquieta. Forse, dentro la sua lucida essenzialità, già presagivo il cuore della “figlia di mezzo” e quando poi quest’altra nota si fece palese il quadro diventò compiuto.” Oggi è molto bello e consolante aprire il blog di Marina Pierani, oggi tutte le differenze sono perfettamente disegnate, tutti i sogni hanno liberato la loro stanza segreta e non c’è più nulla che mi impedisca di dire che inezie essenziali è IL BLOG, quanto di più vicino esista al mio anelito di comprensione e cultura. Lo affermo in totale convinzione: la sintassi di Marina, in senso stretto e lato, è di una perfezione chiara e stentorea, una palestra di educazione alla cultura e al bello. Dovrebbe scrivere in latino, glielo dissi una volta e comunque ciò che scrive ne ha il nerbo e il senso di incorruttibilità. Questa donna posta ogni giorno e posta ad un livello mediamente così alto da lasciare senza fiato; ma non pensate di trovarvi davanti ad un’algida figura senza fremiti o umane brecce nel cuore; Marina ha scritto solo una piccola parte del suo animo, il resto del racconto prosegue su un sentiero che si intravede nell’erba come un sogno talvolta interrotto. Se ne raccogli una nota il viaggio porta altrove, porta qui e nell’intelletto di chi la legge senza pregiudizi o in tutti i luoghi dove gli schemi s’infrangono per far posto alle persone. Le dissi una volta, in un commento sulla contraddizione di vivere e di relazionarsi col mondo, queste parole che riporto integralmente: “Le righe sono solo piene di te e del tuo contenuto orgoglio di essere pensante: nessuna contraddizione, a parer mio, e alcuni pregevoli “distinguo. La verità esiste ma è insondabile per noi finchè viviamo questa esistenza continua; troppe distrazioni scambiate per interessi e troppe idee “ad usum delphini” barattate per ideali. D’altronde sarebbe troppo comodo conoscerla adesso la verità e diventare dei infallibili ed eterni, padroni della metafisica non per merito intellettuale ma per lascito genetico. Però essa esiste, anche ora mentre ti commento, come prima mentre tu scrivevi il post, s’intuisce dalla fatica cerebrale e dal profumo di intelligenza, nel senso latino di “intelligere”, che emana tutto questo interrogare e interrogarsi. Quando la incontreremo la verità? Forse nell’ultimo istante quello, l’unico, in cui ne diventiamo degni…quando non possiamo più raccontarlo a nessuno di quanto splendida, nuova e luminosa sia la nostra amante rincorsa per tutta la vita. Non sei contraddittoria, Marina, sei solo stanca di essere sincera, perché la sincerità a tempo pieno è il miglior sistema per adire la solitudine; quella intima fatta di interrogativi e questioni lasciate aperte, di vie irte di ostacoli, di scarse pozze d’acqua a lenire la sete di consapevolezza rimasta ad aspettare lungo la strada. Sei così stanca da scegliere talvolta la menzogna o la piccola bugia, unico biglietto per stare seduta un po’ sul treno affollato di false verità. Non esiste luogo migliore di Inezie Essenziali in tutto il web a me conosciuto per leggere e pensare. " 
Ti promisi che avrei rispolverato questo vecchio post, te lo mando in privato ma giuro che lo ripubblicherò....in fondo per il numero di visitatori che mi sono rimasti è come se fosse ancora privato. Non voglio indurti in tentazione ma ti invio anche due altri testi miei. Vorrei che li leggessi...vorrei tante cose, piccole e importanti. Sono sempre a mezzo, irrisolto, è anche il solo modo che conosco di scrivere decentemente. Tu facevi diversamente e io mi placavo. Stagione chiusa quella, stagione chiusa ma non si dica per sempre anche se è così. Non so nulla di reale di te Marina, mi soffermo ogni tanto a immaginarti per le strade di Roma ma è un gioco fragilissimo: non so nemmeno se questa mail e le parole che contiene ti saranno di conforto, fastidio per un'improvvisa malinconia resuscitata, lieve interesse linguistico, condivisione letteraria...o semplice umanissimo affetto. Credo che tu non abbia mai letto questi due articoli, furono scritti pensando a persone come te...o come me? Furono scritti è questa è l'unica cosa che conta. Vorresti pubblicarli sul tuo blog? Vorresti reinterpretarli? Attraversarli? Scriverli di nuovo, contaminarli? Non scriveresti di nuovo perchè scrivere è essenziale e farlo pubblicamente liberatorio? Potresti farlo per scherzo o per diletto o per amicizia o per altri segretissimi motivi. Ecco l'ho detto dopo aver rigirato il pensiero da molti giorni: ogni tanto passo da inezie essenziali, riallaccio antiche armonie, fisso date, sostantivi, vocabolario. Lingua. Poi apro il cuore e l'intelletto gli va appresso senza che io possa modificarne l'incedere.

mercoledì 7 gennaio 2026

PERCEZIONE E CORSA -

Mescoliamo le carte e lasciamo perdere i confini, le etiche divisorie e infamanti: c’è una sola mannaia per noi, il tempo. E’ a lui che dobbiamo rivolgerci, a lui offrire i sensi delle cose che scriviamo e il modo in cui le scriviamo. Mescoliamo le carte e proviamo a divertirci per disperarsi dopo o forse no, piangere è solo un momento ed anche quello appartiene al tempo; a noi resta la scrittura cioè il punto fermo, inchiodato ad un’idea di un momento preciso di noi e del nostro rapporto fuori di noi. Non è poco ma dura sempre troppo poco. Ho bisogno di musica e immagini e li prendo a piene mani, scrivere non mi basta, il flusso di energia che attraversa il mio cervello è troppo grande e impetuoso: a diciottanni avrei detto che è un impulso rock oggi ti dico la stessa cosa. Un attacco di chitarra, la batteria e il basso appresso, i pori della percezione che si dilatano a dismisura, cosa pensavate fosse la rivoluzione alla fine dei ’60? Percezione e corsa questo era, nessuno si pose allora il problema del dopo, non importava a nessuno fermare la corsa e fu giusto così; la musica suona ancora ed è per tutti non ha più un’identità politica che allora era la sua matrice apparente, se è ancora vivo quell’accordo in fa significa che sotto c’era altra vita che se ne fregava del nostro bisogno di misurare e chiudere… Sono stati una Fender, un basso e una batteria a governarci. Tutti. Uscito da una sala concerto un pomeriggio incontrai per caso il ROCK, dietro l’angolo di una sonata di Schuman si era appollaiata la chitarra di Jimmy Page: impossibile spiegare la magia del pifferaio magico, lui da allora non ha mai smesso di stravolgermi, ha cullato i miei sogni vitali in quegli anni, dorme apparentemente sopito in questi lenti e finali. Se scrivo oggi è perchè si è risvegliato, l’ennesimo colpo di coda, la voglia di correre non muore mai. La musica ha rivoltato la mia generazione, nessuna ideologia sociale o politica è riuscita a fare altrettanto nell’immediato: il subito, adesso, qui brucia ancora tutta la nostra esistenza; scrivere non mi basta, il flusso di energia che attraversa il mio cervello è troppo grande e impetuoso: mescoliamo le carte, rivoluzioniamo i social, riprendiamo i vecchi vinili, e per una volta scriviamo un post vero dentro una rete nuova.

lunedì 5 gennaio 2026

SIPARI QUARANTANNI DOPO -

Ho scritto molte poesie, alcune a distanza di anni sono restate tali altre sono morte in un abito che non competeva loro. Con tutto quello che ho lasciato negli anni in rete su spazi diversi fra loro potrei vivere di rendita per molto tempo. Perchè no? Copiare e incollare QUI il materiale mio di altri mondi e altri tempi: compiacermene stoltamente e facilmente, dare un ritocchino qua ed uno là, dirmi non male, non male finchè l’eco dei miei passi si perderebbe nello spazio vuoto della mia esistenza. SIPARI resta una poesia. Ha superato il mio tempo ed è ritornata seriamente al suo posto. Sipari è mia, lei è svanita trentanni fa.

Di mattina ti guardo
anche se da tempo non sei più
qui.
Mi muovo fra le pieghe di quel che eravamo:
il viso serio, le labbra ferme, gli occhi abbassati.
Devo essere uno spettacolo curioso
per chi guarda libero dalla mia malattia
e incomprensibile.
Io attraverso le scene della nostra vita
e c’è sempre qualcosa
fuori posto;
metto gli oggetti del cuore in modo diverso,
dispongo la curiosità d’esistere
in altra direzione.
Ma c’è sempre qualcosa fuori posto
uno spigolo, un grosso armadio,
una traccia,
un camuffamento mal riuscito,
un’urgenza crudele,
intromissioni tra un sipario e l’altro.
L’ultima scena è sempre vuota.

QUESTA E' LA MIA TERRA -

La Sicilia in innumerevoli libri, come sfondo o palcoscenico di film o opere televisive: ovunque e in mille modi l’isola dove sono nato si presenta in scena. Ed esce spesso bastonata. E’ la sensazione fastidiosa della mancanza nonostante tutto, dell’assenza soprattutto, di una misura seria che gestisca l’arbitrio percettivo che si ha di quest’isola. Anche del mio s’intende. Se arrivate in fondo al tacco di questa nazione e guardate i tre chilometri d’azzurro che fanno da confine fra il Sud e il sud del sud dovreste sentire l’aria inconfondibile della frontiera: alcuni di voi sanno per aver letto o studiato, altri non hanno alcun interesse di sapere. Informarsi e riflettere fuori dai pregiudizi è terribilmente scomodo, meglio imbarcarsi con le certezze già acquisite, quelle di cui fanno parte le date sui biglietti di ritorno. Basta leggere con onesta attenzione quello che della Sicilia è stato scritto, dipinto, suonato…filmato, basta ascoltare per qualche minuto una discussione qualsiasi su di essa per capire che si parla e si ragiona su un falso evidente: una Sicilia unica. Riconoscibile e trasmettibile secondo stereotipi universali e scontati, per questo inossidabili; non è così. Chi in un modo o nell’altro ha attraversato quest’isola, qualunque sia il suo grado di cultura e gli inevitabili preconcetti che condiscono la sua vita, sa bene che la mia terra ha decine di facce. E’ una metafora lucida, perfettamente pirandelliana: cento, mille Sicilie, quindi nessuna realmente adeguata ad un riconoscimento significativo. Dentro ogni sfaccettatura si viene risucchiati verso una logica elementare, quella che recita uno storico de profundis sociale e economico, l’unico apparentemente percepibile. Io l’ho vissuta sulla mia pelle questa impossibile oggettività che per vie traverse si coagula in un insieme di verità inconfutabili. Conosco quel tipo di smarrimento appena ci si avventura oltre i confini del già detto, so cosa significhi essere soli intellettualmente davanti al consesso di evidenti mancanze ingigantite e pasciute da analisi scontate. E’ anche vero che chiunque viaggi, anche se inconsciamente, vive del pregiudizio e del comodo luogo comune che ci fa vedere e visitare proprio quello che avevamo in testa prima di partire; è difficile partire nudi e tornare vestiti e , in fondo, non è questo quello che voglio. Anzi desidero il contrario perché la Sicilia è veramente un luogo dell’anima e non puoi giudicarla se non ne conosci la storia e la cultura che la permea da cima a fondo in modo totale. Sono nato qui e cammino qui, vedo ogni giorno facce diverse del mio osservare, di una diversità poco gestibile e scomoda. ”Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato, cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. [...] Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre la Sicilia, di un eccesso di identità, né so se sia un bene o un male. [...] “ GESUALDO BUFALINO in L’isola plurale. La stessa qualità e quantità di contrasti e opposti che sono gran parte del fascino dell’isola e anche la sua “insopportabilità”; lo stesso misterioso incantamento che fin da bambino mi riempiva gli occhi di stupore quando vedevo apparire il tempio di Segesta nella campagna severa dell’interno o il panorama immenso e aperto sul mare e le Egadi da Erice. Anche adesso mentre ne scrivo capisco di non poter essere obiettivo: il mito, l’apparizione e non l’essenza sono contesti che non possono produrre altro che ambiguità e incertezze. La Sicilia è un continente sia in senso stretto che in quello lato, potrei dire che possiede in massimo grado una bellezza paradossale, eccessiva e discontinua: quella propria di ogni frontiera, scomoda e sfuggente al dettato razionale dell’Europa che volendosene liberare cade ogni volta in un turbine di sensi ipnotico appena si lascia da essa sedurre. Della Sicilia non ci si libera facilmente, anche se si tratta di un fascino pericoloso e incoerente: vorrei chiedervi però se avete mai amato facilmente l’assoluto, se vi siete mai confrontati con la serietà millenaria di uno sguardo di pietra o di una curva marina che si perde all’orizzonte. La posizione di arrogante centralità, conficcata in mezzo ad un mare antico e stratificato di genti e culture ha segnato il destino dell’isola, oggi come ieri. I migranti dall’Africa che approdano sulle coste di Lampedusa, gli uomini del Nord i cui sovrani riposano nella cattedrale di Palermo, i greci col nostro stesso sangue da sempre ospiti delle sue coste, e poi i turchi pirati e l’islam che ancora canta fra le sue strade e nelle sue architetture, e l’Europa nobile e colta con la sua letteratura percorsa dall’humus siciliano oltre ogni ammissibile limite…i liberatori di sempre, infine, più o meno smentiti dagli esiti delle loro migliori intenzioni. E’ lì l’origine della qualità speciale della narrativa e della letteratura siciliana: dentro il deficit e l’insicurezza, dentro il disagio di chi vive ogni ora sulla frontiera di un possibile e definitivo collasso. Lo scrivere è la nostra redenzione, l’unica possibile e, come tale, portata ai massimi livelli ; Federico de Roberto, Sciascia, Verga, Lampedusa, Pirandello, Piccolo, Brancati, Bufalino…Camilleri e ne lascio fuori un numero troppo elevato, sono il messaggio lanciato nello spazio sociale e umano di un’altra realtà che ci è ostile, incredula e vigliacca, che non vuol credere ad un’esistenza ai limiti della decenza, che irride il sogno perfetto di chi supera perché ha compreso per caso o sa troppo per studio. Non mi pongo il problema di chi voglia credermi oppure no, la storia scuote da millenni coi suoi marosi la Sicilia e noi senza un perché decifrabile siamo ancora qui in eterna attesa di una nuova legge, un nuovo segno che spiegherà alfine questo lungo e fantastico sonno della ragione. Nostro che di molti altri non c’è materiale.

sabato 3 gennaio 2026

AB INITIO -

Questi fogli non si aggiornano, sono trapassati. Vivono solo della lettura che lascia chi se li trova tra le mani. Il loro desiderio più grande (poiché essi sono tutt’uno con lo scrittore) resta inappagato e stride forte col bianco della pagina uccisa dai segni neri. Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, soprattutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c’è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell’aria sotto di me è una poesia che mi porta via. Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo. Queste pagine sono state progettate per vivere in modo autonomo: questo significa fuori dalle intemperanze di chi legge ma anche di chi l'ha progettate. Troppe volte ho pensato di cancellarle, altrettante ho eliminato intere serie di articoli mai più recuperabili; i vostri commenti quando questi testi risiedevano nel web spesso hanno fatto l'identica ingloriosa fine. Non sono un soggetto da blog, non mi identifico nelle maggioranza delle vostre scelte intellettuali e sociali. Non ne sono capace. Però so con certezza che a queste condizioni, senza quello che voi chiamate "confronto" ma che io chiamo in altro modo, un luogo simile finisce come blog e diventa un'altra cosa. Trovategli voi un nome. I testi viaggiano come un'astronave solitaria carica del pensiero e della vita del suo autore non so cosa potrà porre fine al loro viaggio, io vorrei che durasse per sempre e che il tempo si scordasse del suo incedere. Penso anche che rileggendoli a distanza di tempo alcune cose appariranno più chiare e nette e che le velenose questioni che mi hanno accompagnato in questi anni finalmente possono svanire davanti a ciò che ho scritto senza nessuna coda! Mi piacerebbe per esempio che chi resta (i miei figli, qualcuno che mi ha amato o conosciuto) potesse ritrovare qui il senso di ciò che sono stato. E sorridesse. Anche per me che non sorrido mai. La mia scrittura è stata concepita così.